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«Muto non è una vittima». Via al processo d’Appello 

L’Antimafia ha presentato ricorso contro l’assoluzione del costruttore cutrese. «La cosca di Grande Aracri attiva anche dopo gli arresti del gennaio 2015»

MANTOVA. Antonio Muto non è una vittima della cosca di Grande Aracri, ma un fiancheggiatore. I sostituti procuratori della Dda di Brescia, pubblici accusatori al processo Pesci, ne sono convinti. Il quadro indiziario non è ambivalente e a duplice lettura, come sostiene il giudice Vincenzo Nicolazzo nelle motivazioni della sentenza in cui ha assolto il costruttore nell’aprile dell’anno scorso, ma chiaro nell’evidenziare i collegamenti con l’associazione mafiosa.

L’ipotesi accusatoria viene ribadita nel ricorso contro la sentenza, che vedrà partire il processo in Appello a Brescia la settimana prossima. Per arrivare al nuovo verdetto, secondo le previsioni dei giudici, saranno necessarie almeno una decina di udienze. L’appello dei pm Claudia Moregola e Paolo Savio è rivolto sia contro la sentenza nei confronti di Muto, assolto da tutti i reati, sia contro quelle per Francesco Lamanna e Alfonso Martino, condannati con un calcolo di pena che non tiene conto dell’inasprimento apportato da una nuova legge del maggio dell’anno scorso.

Le conversazioni intercettate nella tavernetta del boss Nicolino, le rivendicazioni di Lamanna, figura criminale di primo piano, fratello di sangue del boss, e i discorsi riferiti dagli imprenditori taglieggiati: sono questi gli elementi che, sempre secondo i pm, non consentono di escludere le responsabilità di Antonio Muto. Nel novembre 2012 Grande Aracri nomina «Totò Muto, quello che fa gli alberghi», come la persona disponibile a fornire appoggi per lo scarico della nafta a Mantova. Inverosimile che si tratti dell’omonimo Muto di Brescello, che fa l’autotrasportatore e non si occupa di alberghi. In un’altra occasione, il boss ne tesse gli elogi, «un grande imprenditore, uno di migliori di Cutro». Dal comportamento del capoclan del Cremonese Lamanna si deduce che ci fu effettivamente un patto scellerato a Cutro per l’assalto ai cantieri mantovani, a cui partecipò anche Muto.

A confermarlo, secondo la Dda, il racconto di Salvatore Cozza a Matteo Franzoni, allora socio di Muto in Ecologia e Sviluppo, prima vittima delle estorsioni del muratore Antonio Rocca. Cozza riferì a Franzoni che il costruttore aveva incontrato un “personaggio ndranghetistico di grande importanza appena uscito dal carcere” e gli consigliava di stare attento. Altra conferma l’atteggiamento tenuto da Muto durante il processo: dopo essersi avvalso per mesi della facoltà di non rispondere, ha parlato senza mai nominare Nicolino Grande Aracri, e quindi senza escludere rapporti con lui. Vittima? Difficile crederlo, visto che non ha mai parlato di pressioni, intimidazioni, minacce o attentati. Il rapporto con Antonio Rocca, infine. Muto appoggia il pupillo di Nicolino nel suo tentativo di inserirsi nei cantieri della Ge.Co, un’impresa veronese e soprattutto ha con lui una frequentazione costante.

Si incontrano o in un bar di Mantova o nell’ufficio del costruttore, dotato di un macchinino per disturbare le intercettazioni ambientali. La cosca ha continuato ad essere attiva anche dopo gli arresti del gennaio 2015: alcuni dei personaggi coinvolti sono stati scarcerati, e comunque né la cella nè le condanne fanno cessare il vincolo associativo. Il carcere è una eventualità prevedibile, per la cosca. Lo ha ribadito la Cassazione, ma soprattutto la storia. Anche in carcere gli affiliati continuano a mantenere i legami con la casamadre e a organizzare affari.

In questo caso ne offre una dimostrazione il piano scellerato orchestrato da Antonio Rocca che in carcere convince Paolo Signifredi a rendere dichiarazioni false alla Procura allo scopo di alleggerire la sua posizione. Lo dimostra il ritrovamento delle armi nel capannone dello stesso Rocca a Pietole, segno che avevano in mente qualcosa, e il viaggio di sua moglie a Cutro per ottenere il benestare della moglie del boss, nel frattempo rientrato in cella. Per questo le pene di Lamanna e di Martino vanno calcolate con la nuova legge, in vigore dal maggio 2015. Insostenibile infine, secondo la Dda, che Lamanna, pure condannato per associazione mafiosa, non abbia avuto parte nelle estorsioni. Per gli affari mantovani pretendeva addirittura il 10% degli incassi.

 

IL PRIMO GRADO: DUE ASSOLUZIONI E TRE CONDANNE. La sentenza del giudice Vincenzo Nicolazzo è del 28 aprile 2016. Francesco Lamanna, il direttore dei lavori nei cantieri edili del boss della 'ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri incassa una condanna a 9 anni e 4 mesi, con lo sconto già calcolato. Un rinforzo ai 12 anni presi soltanto qualche giorno prima nel processo Aemilia. Riconosciuta l'associazione mafiosa, cassati invece i reati di estorsione. Otto anni e 2000 euro di multa ad Alfonso Martino,il "cagnolino" del boss, reduce dall'altra mazzata a Reggio, con 9 anni di carcere. Sei anni a Paolo Signifredi, l’uomo dei conti della cosca, poi entrato nel programma di protezione dei pentiti di mafia. Assolto Josè Antonio Da Silva: per il giudice il manovale non sapeva che il cambio di un assegno era finalizzato a riciclare i soldi sporchi della cosca. E assolto Antonio Muto dall’accusa di concorso esterno all’associazione mafiosa. Per lui i Pm avevano chiesto 8 anni.
 

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