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Il sikh con il pugnale non molla: «Ricorreremo alla Corte Ue»  

Singh Jatinder, condannato a pagare 2mila euro di multa, abita a Rivalta e lavora in una stalla. «Il Kirpan è solo un simbolo religioso che continuerò a portare. Non facciamo male a nessuno»

"Non lascio il kirpan", il sikh si rivolge alla Corte Ue dopo la condanna per il pugnale Singh Jatinder, 32 anni, residente a Rivalta, operaio in una stalla, in Italia da più di sette anni è l’involontario protagonista della vicenda giudiziaria il cui epilogo sta facendo parlare tutta l’Italia. È lui che dovrà pagare una multa di 2mila euro per essere stato sorpreso, nel 2013, davanti alla scuola elementare di Goito con un pugnale di 30 centimetri alla cintola. «Io non ho mai ammazzato nessuno e nemmeno rubato - dice amareggiato -, non mangio carne, non bevo e non ho mai preso multe stradali. Non uso il Kirpan, è solo un simbolo religioso che fa parte di me». (Intervista Sandro Mortari, video Stefano Saccani) LEGGI L'ARTICOLO

MANTOVA. C’è sconcerto e preoccupazione tra la comunità sikh. La sentenza della Cassazione ha messo in discussione uno dei pilastri portanti della sua religione. Il pugnale, il Kirpan, è un tutt’uno con il corpo e il fedele non se ne può separare. A costo di grandi sacrifici. Lo sa bene Singh Jatinder, 33 anni in settembre, residente a Rivalta di Rodigo, operaio in una stalla, in Italia da più di sette anni. È lui l’involontario protagonista della vicenda giudiziaria il cui epilogo sta facendo parlare tutta l’Italia e non solo. È lui che dovrà pagare una multa di 2mila euro per essere stato sorpreso, nel 2013, davanti alla scuola elementare di Goito con un pugnale di 30 centimetri alla cintola. «Io non ho mai ammazzato nessuno e nemmeno rubato - dice amareggiato -, non mangio carne, non bevo e non ho mai preso multe stradali. Non uso il Kirpan, è solo un simbolo religioso che fa parte di me». La moglie è ancora in India e a Rodigo vive con alcuni parenti. «Prima - dice - abitavo a Goito». Ed è li che è successo tutto.

Un Kirpan simile a quello sequestrato
Un Kirpan simile a quello sequestrato

«Ero andato da solo a prendere a scuola il mio nipotino, quando il vigile mi ha portato nel suo ufficio e mi ha fatto togliere il pugnale, per poi non restituirmelo più. Io gli ho detto che non potevo separarmene per una questione religiosa, ma non c’è stato niente da fare». Una settimana dopo Jatinder con altri esponenti della comunità ha avuto un incontro col sindaco Marcazzan, alla presenza dei carabinieri, per chiarire la situazione ed evitare strascichi giudiziari: «Allora mi dissero che non mi dovevo preoccupare perché avrebbero ritirato la denuncia. Me ne andai rassicurato e invece, due anni dopo, ho ricevuto la telefonata dell’avvocato Orlandi che mi preannunciava la sua assistenza nel procedimento in Tribunale. Poi mi è arrivata la multa di 2mila euro che non ho ancora pagato».

Turbante in testa e barba lunga, Jatinder è un praticante sikh: «I nostri simboli religiosi - spiega - sono cinque: oltre al pugnale, abbiamo il braccialetto in ferro, i capelli lunghi, il pettinino in legno che li tiene fermi e le mutande lunghe. Non possiamo rinunciare a nessuno di loro e - sospira - non facciamo male a nessuno». Il giovane ha ricevuto la solidarietà anche dei sikh che abitano fori Mantova: «Mi hanno chiamato in tanti, anche da molto lontano - dice - Io il Kirpan non me lo tolgo» promette alzando la maglietta e mostrando la tracolla con il pugnale.
«Rispettiamo la sentenza - fa eco Singh Dilbagh, di Nogara e rappresentante della comunità sikh che accompagna il giovane assieme al presidente del tempio di Rodigo Singh Sukwinder e Singh Harbhinder di Gazoldo - Abbiamo fiducia nella giustizia italiana, così come rispettiamo le leggi italiane. Si vede che non siamo riusciti a spiegarci bene davanti ai giudici; per questo ricorreremo alla Corte europea di giustizia».

Singh Jatinder, al centro, mostra il...
Singh Jatinder, al centro, mostra il suo pugnale

Per preparare il ricorso domani i sikh mantovani incontreranno i legali. «Ci hanno contattato dal Canada, dall’Olanda e dagli Stati Uniti dove i sikh hanno il permesso di girare con il Kirpan, per sostenerci. Un gruppo di avvocati inglesi di origine sikh ha promesso che ci appoggerà alla Corte europea». Martedì 16 maggio i sikh della zona si sono radunati nel tempio di Rodigo, che si trova in una corte agricola poco fuori Rivalta, per parlare del caso e, soprattutto, per trovare forza uno con l’altro in questo difficile momento. Tra loro c’era anche Jatinder: «Speravo - ripete - che i giudici mi autorizzassero a tenere il pugnale».

La comunità non deflette: «Noi al Kirpan non rinunceremo mai - assicura Singh Dilbagh -. Una volta battezzati, il Kirpan fa parte del corpo, non c’è modo di separarli. Ai nostri connazionali lo consigliamo più piccolo possibile e di portarlo sotto la camicia, in modo che non si veda». La riflessione della comunità sulla sentenza è stata approfondita: «Noi non la viviamo come una cosa personale, ma collettiva. Fino ad ora questo problema non aveva mai raggiunto questo grado di giudizio. E la cosa ci preoccupa perché abbiamo altre due denunce in giro (una a Quistello e l’altra ad Acquanegra, ndr.). La normativa sulle armi bianche dice che se non hanno la punta e non tagliano, come il nostro pugnale, e non possono far male, non vengono considerate tali. Speravamo che i giudici ci dicessero di portarlo in un determinato modo. Un no secco è incomprensibile. Però, siamo pronti al dialogo su questo argomento».

E conclude ricordando il legame tra il suo popolo e l’Italia: «Nella seconda guerra mondiale combattemmo, inquadrati nell’esercito inglese, per liberare questo paese dal nazifascismo».
Per le ammende pecuniarie, dopo il primo grado, si va subito in Cassazione. A Seguire Singh Jatinder è stato, davanti al Tribunale, l’avvocato Stefano OrlandI di Mantova: «Non sono un cassazionista - precisa - ma poi sono stato io a scrivere il ricorso. Cosa penso? Le sentenze non si commentano, si rispettano. Noi eravamo fiduciosi perché c’erano stati altri procedimenti simili che erano stati archiviati. A Cremona, poi, una volta a processo l’esito era stato favorevole».

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