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Dodici chiese ancora da curare. Mano ai codici rossi della Bassa 

Ne furono ferite 129, delle quali 117 già sistemate. Danni per oltre quaranta milioni, ma i soldi ci sono. Prossime tappe le riaperture di Marcaria, Palidano e San Giacomo e la demolizione a Pegognaga  

MANTOVA. Anche sul fronte delle chiese arrivano note di speranza. Siamo arrivati a oltre metà del libro, solo che i capitoli più ostici, ma anche più importanti, vengono adesso. Il grosso degli edifici di culto è stato riaperto, triplice tocco dopo triplice tocco. Erano 129 le chiese che erano state ferite dalle scosse del terremoto, e di conseguenza dichiarate inagibili e chiuse. Ora, a cinque anni dal terremoto, 117 sono state già sistemate e sono tornate in funzione. Ne restano dodici appena. Ma il numero esiguo non deve trarre in inganno: tra questi edifici ancora chiusi ci sono i grandi feriti, o, come da subito vennero definiti, i codici rossi. Moglia, Bondeno di Gonzaga, Quistello, San Giovanni Del Dosso. In molti casi edifici splendidi, autentici tesori culturali. E, per la loro posizione nel tessuto urbanistico, cuori dei rispettivi paesi. Ma, al tempo stesso, anche quelle chiese che sono state distrutte di più. A fare il punto della situazione nella diocesi di Mantova sono monsignor Claudio Giacobbi, vicario episcopale agli Enti e Beni ecclesiastici, e l’architetto Alessandro Campera, direttore Ufficio tecnico sezione Enti e Beni ecclesiastici presso la Curia di Mantova.

Sul fronte delle buone notizie, ecco tre cantieri che sono in corso e che si stima debbano concludersi entro l’anno: «Si tratta delle chiese di Marcaria, di Palidano e di San Giacomo delle Segnate – spiegano – entro l’autunno o al più tardi l’inverno dovremo farcela». Ma il discorso si sposta presto sul capitolo codici rossi. «Per Moglia e Quistello è stato pubblicato il bando per l’esecuzione dei lavori, mentre per Bondeno e San Giovanni lo stiamo ancora preparando». In tutto si tratta di interventi che complessivamente comporteranno una spesa di 14 milioni. I cantieri dureranno dai due anni e mezzo ai tre anni.

Un capitolo a parte sono le ultime cinque chiese dell’elenco. Tra queste c’è quella di Pegognaga, l’unica che verrà demolita per fare posto a un edificio di culto nuovo di zecca, progettato attraverso un concorso nazionale d’idee bandito dalla Cei. A questo proposito, si dovrebbe iniziare tra l’autunno e l’inverno. Poi c’è Carbonara. Chiesa ancora aperta grazie a una rete che garantisce la sicurezza dei fedeli. Ma urgono lavori, e dovrebbero partire in primavera. E in primavera dovrebbe partire anche il cantiere di Quatrelle, la cui chiesa è un piccolo gioiellino che non va dimenticato. Completano l’elenco la chiesa di San Floriano a Zovo e quella sussidiaria (Immacolata Concezione) di Gonzaga.

In tutto i danni hanno superato i quaranta milioni di euro. Non è stato facile reperire tante risorse, ma alla fine la diocesi ce l’ha fatta. Una fortuna sono state le polizze di copertura per danni da terremoto che molte parrocchie avevano stipulato: «Oltre la metà degli edifici feriti era coperta da assicurazione» dicono Giacobbi e Campera. Un importante aiuto è poi arrivati dai finanziamenti del fondo Frisl (sigla che sta per Fondo Infrastrutture Sociali per la Lombardia), per 7,5 milioni (4,5 dovranno essere restituiti dalle parrocchie) che hanno consentito di sostenere altri 18 interventi.
Dodici dei 14 milioni necessari per i grandi feriti sono arrivati dalla Regione. E poi ci sono stati elargizioni di privati, aiuti dalle fondazioni, dalla Cei e dallo stesso Papa Benedetto XV.
 

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