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La collezione d’arte donata alla città: tesoro da 7 milioni

Esposte al Ducale le sue 80 opere. Ora una Fondazione. Spiegò: «Perché le compro? Sono belle e non si svalutano»

aMANTOVA. Ha trasformato le pizze surgelate in tesori concepiti dal genio di Rubens, di Giulio Romano, di un allievo di Giotto e in oltre 300 opere tra bronzi, maioliche, materiali archeologici, arazzi, statue lignee, mobili, terrecotte e via di seguito spaziando dall’antichità all’800, con predilezione per il Rinascimento e l’arte mantovana. Una forma d’investimento, «perché - diceva Romano Freddi, che di affari se ne intendeva - l’arte non si svaluta mai». Oltre al piacere di ammirarla. Aveva ragione. L’intera collezione vale tra i 5 e i 6 milioni di euro, oggi in tempo di crisi con mercato fiacco e stime medio basse. Il valore reale è 7 milioni, a dir poco. Utile e dilettevole. Capitalismo alimentare - non solo pizze ma anche formaggi freschi e prodotti derivati dalla lavorazione del pomodoro - con un occhio di riguardo, anzi due, alle cose belle. Surplus e oculatissimo reinvestimento d’abbondanza di bèssi fatti in decenni di Made in Mantua. Denaro sonante, capitale come lo intendeva Carlo Marx sebbene Romano fosse completamente di destra.

Tutto a dritta. A manca vedeva soltanto vituperate tasse cui abbinava, e potendo forse agiva, il sacrosanto dovere morale di non pagarle. Cattivo maestro, su questo versante. Ma, alla luce dei fatti, splendida contraddizione di un grande, che possedeva il senso del bene collettivo, quello che abbraccia tutti. Il bene comune. Tant’è che prima di abbandonare questo mondo ha percorso i passi per dare vita a una Fondazione che garantirà la pubblica fruizione - probabilmente a rotazione a palazzo Ducale e in castello di San Giorgio - di tutto questo ben di Dio. Fondazione in corso di riconoscimento presso le autorità governative (il tutto è in mano a un notaio), per tutelare un patrimonio già in parte - più di un’ottantina di opere - in comodato alla reggia gonzaghesca. Una lungimiranza e una generosità mai venute meno quelle di Freddi imprenditore.

Che anche dopo aver messo in moto l’iter per la Fondazione ha continuato a scorrazzare sul mercato della bellezza, aggiudicandosi un ultimo trofeo: il ritratto di Eleonora Gonzaga, attribuito al fiammingo Justus Sustermans, un gioiellino comprato lo scorso marzo da una casa d’aste tedesca con poco meno di 15mila euro. Insomma spiccioli in confronto al pezzo di gran lunga più prezioso della collezione, che da solo vale un milione di euro: il ritratto di Francesco Gonzaga bambino, frammento della pala della Famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità, di Rubens, che Freddi acquistò nel 1995. Mezzo milione l’uno valgono l’affresco del 1330, di un allievo di Giotto, strappato nell’800 dalla cappella Bonacolsi di palazzo Acerbi-Cadenazzi e acquistato da Freddi a Firenze negli anni ’80, e la tavola “Giove, Nettuno e Plutone che si dividono i tre regni” di Giulio Romano, collocato in origine nell’Appartamento di Troia in Corte Nuova.

Gilberto Scuderi
 

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