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MANTOVA

Venti etnie e 800 case popolari: il difficile equilibrio di Lunetta

Un terzo dei residenti è straniero e la concentrazione di famiglie povere rimane altissima. Integrazione realizzata o impossibile? I comitati si dividono. Il referente islamico: «Viviamo in pace»

MANTOVA. Mossa e colorata: è la fotografia di Lunetta, il quartiere più multietnico che c’è, così vicino e così lontano dal centro storico, dal quale lo divide il lago e al quale lo allaccia il ponte di San Giorgio. Il profilo anfibio della città gonzaghesca contro il grumo di condomini grigi, palazzi color biscotto contro edilizia popolare. A comporre la fotografia sono i numeri: 3.730 abitanti, 1.057 stranieri (il 28%), 859 over 65 e 719 giovani (fino ai 18 anni), venti etnie diverse con il loro bagaglio privato di abitudini e culture, un amalgama pubblico non sempre riuscito. Con una presenza robusta di marocchini (179), tunisini (94) e romeni (74). Numeri da collocare nella cornice degli 803 alloggi popolari che affollano il quartiere (22 di proprietà Comunale e 781 dell’Aler).

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Alloggi popolari significa che chi li abita vive una situazione di fragilità, economica e sociale. Famiglie numerose che devono farsi bastare un solo stipendio, disoccupati, gente in bolletta, anziani soli. Una concentrazione di affanni e povertà che fa di Lunetta un satellite, un mondo concluso dove non si capita per caso: «per entrarci devi lasciare volutamente le strade principali» annota don Alessandro Franzoni nel suo libro “Altro che Bronx!” (Sometti).

Ma, da solo, il racconto degli affanni e delle povertà, dell’amalgama non sempre riuscito tra le sue tante anime ed etnie, dei recenti episodi di cronaca non restituisce l’identità di un quartiere che è anche un laboratorio di riscatto sociale. Un posto denso di verde, dove i bambini giocano ancora all’aperto, con una robusta rete di associazioni, il centro di aggregazione giovanile, la biblioteca, il palazzetto dello sport, il corso di laurea in educazione professionale, gli orti, lo sportello dei servizi sociali, i vigili di quartiere, la macchia di colore della street art a diluire il grigio dei palazzoni. Il tutto tenuto assieme dal desiderio ostinato di lavare via l’etichetta di periferia violenta da cui stare lontani.



Né Bronx né paradiso: per essere letta e decifrata, la fotografia del quartiere va messa alla giusta distanza. E anche così, le analisi divergono. «Nonostante la sua complessità e le tante contraddizioni, grazie all’impegno civico, Lunetta è riuscita ad approdare a una convivenza pacifica – rivendica Claudio Spaggiari, presidente dell’associazione Peter Pan – Con una percentuale così alta di stranieri, la situazione era potenzialmente esplosiva, ma siamo stati tutti bravi, il rapporto con l’associazione El Medina, ad esempio, è stato sempre di collaborazione. Purtroppo all’attivismo dei cittadini non si è accompagnato l’impegno costante delle istituzioni, le violenze dei giorni scorsi, ad esempio, si sarebbero potute prevenire ed evitare, la situazione era nota e noi l’avevamo segnalata più volte».

Insiste Spaggiari sul disallineamento tra cittadini e istituzioni: «Qui vive una comunità esemplare, le statistiche ci dicono che Lunetta è un quartiere sicuro, spiace che non ci sia un appoggio pieno da parte istituzionale. Spiace perché il quartiere ha bisogno di attenzioni – argomenta il presidente dell’associazione Peter Pan – Qualche esempio? Abbiamo ripulito alcuni cantieri abbandonati da anni, liberandoli dalle erbacce e dalle gru, ma poi non abbiamo più saputo nulla dei progetti di recupero elaborati per queste aree, perché tornassero nella disponibilità del quartiere come parchi. Onestamente mi sono stancato d’insistere. Altro esempio, cosa aspettano ad assegnare il chiosco e i banchi per la nuova piazza del mercato?».

Più severo il giudizio di Lidia Bertellini, dell’associazione Vivere la Città, che Lunetta l’ha vista nascere e allargarsi, dai primi palazzi, negli anni Sessanta, all’emigrazione dal sud Italia, all’arrivo dei primi stranieri, che nel 2000 rappresentavano il 6% della popolazione del quartiere. «Poi c’è stata una crescita esponenziale degli extracomunitari, incoraggiata da una legge obsoleta sull’assegnazione delle case popolari – ricostruisce la Bertellini – Una crescita talmente sproporzionata da rendere impossibile l’integrazione, perché è questa la verità, è inutile nascondersi dietro a un dito. Ed è da questa evidenza che bisogna partire». Per fare cosa? «A livello di quartiere sarebbe opportuno che le cooperative già operanti elaborassero dei progetti mirati per dare un lavoro ai tanti giovani che ciondolano per strada, disinnescando così sul nascere le tensioni che la disoccupazione si porta dietro – risponde la Bertellini – A un livello superiore andrebbe bloccata l’immigrazione, piuttosto aiutiamoli lì, nei loro Paesi, perché è facile riempirsi la bocca di accoglienza per poi scaricarla sui cittadini. No, non sono razzista né xenofoba, amo Lunetta e vorrei che fosse un’isola felice».

«Cos’è Lunetta per me? Il mio rifugio, il mio amore – risponde con trasporto Hamadi Ben Mansour, mediatore culturale e referente dell’associazione El Medina – Se c’è integrazione? È un termine troppo meccanico, non mi piace, preferisco convivenza. Nel mio palazzo abitano tredici famiglie italiane e due straniere, viviamo in pace, ci scambiamo sorrisi e parole. Questa è la vita normalissima di un quartiere multietnico e popolare». Domanda (retorica): se le offrissero un appartamento in centro, accetterebbe di traslocare? «Mai, non lascerò Lunetta a meno che non sia obbligato a farlo».

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