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Sequestro da 160 milioni della Finanza, indagato anche Aldo Belleli

Tra i trenta indagati dell'operazione, per lo più clienti di studi di commercialisti che venivano "aiutati a evadere le tasse a volte anche organizzando delle bancarotte fraudolente", anche l'imprenditore mantovano che negli anni '90 era stato coinvolto nell'inchiesta "Mani pulite"

MANTOVA. Maxi sequestro di 160 milioni di euro da parte della finanza, e trenta indagati, per lo più clienti di studi di commercialisti che venivano "aiutati a evadere le tasse a volte anche organizzando delle bancarotte fraudolente". Tra gli indagati anche il mantovano Aldo Belleli.

I finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria, coordinati dalla procura della Repubblica di Roma, hanno eseguito il provvedimento di sequestro preventivo, emesso dal tribunale del riesame, che coinvolge 22 persone, indagate per i reati in questione aggravati dalla transnazionalità, e commessi tra il 2010 ed il 2015. Al centro dell’indagine i due commercialisti Cesare Pambianchi, ex presidente di Confcommercio Lazio, e Carlo Mazieri: già arrestati nel giugno 2011, i due sono stati recentemente condannati in primo grado per condotte analoghe a quelle oggetto dell’indagine. Secondo chi indaga, questa volta «avevano formalmente separato la propria attività professionale continuando, in realtà, a collaborare, agevolando l’evasione fiscale di imprenditori che si erano loro rivolti e salvaguardandoli da ogni forma di responsabilità».

L’evasione fiscale, scrivono gli inquirenti, «poteva essere perseguita sia attraverso il trasferimento all’estero della parte di società gravata dei debiti erariali, sia attraverso la sua messa in liquidazione. In entrambi i casi era necessario ottenere la cancellazione dal registro delle imprese, così da impedire il fallimento dell’azienda e rendere dunque impossibile per l’erario riscuotere quanto dovuto». A volte, a fronte degli ingenti debiti tributari accumulati, le società venivano scisse in due parti: una contenente le attività in bonis destinate a ritornare nella disponibilità dei proprietari e, un’altra, gravata di debiti e prossima al fallimento, attribuita a prestanome del tutto insolvibili. Il servizio reso dai commercialisti prevedeva, infatti, anche l’ingaggio delle "teste di legno" che, in alcuni casi erano soggetti anziani e in precarie condizioni di salute, in altri, viceversa, erano persone del tutto insospettabili. In una circostanza, in particolare, un imprenditore si raccomandava affinché l’amministratore scelto fosse «pulito» e «capace di intendere e di volere».

Emblematico il caso di un gruppo imprenditoriale che, da anni a Roma, annunciava mediaticamente la chiusura definitiva del noto magazzino di abbigliamento di cui era titolare, e che poi, invece, risultava continuare senza sosta la propria attività: bastava, in questi casi, diffondere notizie circa le proprie difficoltà economiche e poi trasferire fittiziamente il marchio ad una nuova azienda senza poi assolvere ai debiti maturati nel tempo. Tra gli indagati c’è anche il mantovano Aldo Belleli, che già negli anni novanta era stato coinvolto nell’inchiesta "Mani pulite" per una tangente di tre miliardi di lire e che in seguito era tornato agli onori delle cronache per un’accusa di truffa rivoltagli da altri imprenditori in ordine ad un comune investimento.

Le indagini hanno permesso di attribuire responsabilità penali a 30 soggetti a vario titolo indagati per aver contribuito a far fallire 15 società, gravate da ruoli esattoriali a titolo d’imposte per centinaia di milioni di euro, tutti sottratti al pagamento. Tra le persone indagate, oltre ai due commercialisti, ci sono imprenditori operanti nei settori più disparati (call center, telecomunicazioni, l’intrattenimento, la torrefazione, il commercio di autoveicoli o di abbigliamento etc), alcuni di essi molto in vista nel contesto economico sociale romano.

 

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