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Pronto soccorso di Mantova: storie di dolore e attese interminabili

Così gli utenti raccontano le loro disavventure. C’è chi si arrende dopo aver aspettato dodici ore

MANTOVA. Chi può spiegare come si vivono le attese al pronto soccorso? La Gazzetta lo ha chiesto ai pazienti, che raccontano la loro esperienza. Il quadro non è giocoforza esaustivo, ma rende l’idea.

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Ecco il racconto di Alessandro: «Nei giorni scorsi sono andato al pronto soccorso alle 11.30 per quella che mi immaginavo essere una colica renale. Stavo malissimo. Sono stato accolto subito, mi hanno fatto accomodare dopo avermi rivolto qualche domanda. Nel giro di mezz’ora mi hanno fatto l’esame di sangue e urine, poi una flebo. Dopo un paio d’ore sono stato invitato a sedermi sulle seggiole metalliche della sala d’attesa. Certo la flebo aveva alleviato un po’ il dolore, ma stavo ancora molto male. Da questo momento in poi più niente fino alle 19.30 circa, quando mi hanno chiamato per la visita. Il medico è stato molto gentile e mi ha fatto un’ecografia “da pronto soccorso”, che serviva solo a scongiurare cose più serie. Il medico mi ha prescritto un approfondimento ecografico entro dieci giorni. Tornato a casa, mi rivolgo al Cup: il primo posto disponibile è dopo più di venti giorni. Ho fatto presente che il medico del pronto soccorso aveva detto di fare in fretta, ma non è servito a niente. La conclusione? Ho avuto un appuntamento tre giorni dopo in una struttura privata. Ho pagato 75 euro, alla faccia delle tasse che pago ogni mese».

Enrica riferisce di due episodi recenti: «Mia mamma e la badante di mio padre, che allora aveva l'Alzheimer, non sapevano come fare perché lui voleva scappare ed era fuori di sé. Così mia madre decise di legarlo con una cintura dopo ripetute richieste al personale di aiutarla. Passarono così molte ore tra continue richieste di assistenza che venne data solo dopo 10 ore di attesa. Qualche giorni fa, invece, mia mamma è finita al pronto soccorso per un’emorragia. Ha aspettato quasi 12 ore, ma già una settimana prima aveva avuto una prima emorragia e aveva perso 2 litri di sangue (le avevano fatto 3 sacche di trasfusioni, ha 80 anni). In accettazione lo sapevano, ma l’attesa è stata interminabile».

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Stefano ci riporta un po’ indietro nel tempo: «Giocando a calcio mi sono rotto il legamento crociato del ginocchio con lesione parziale del collaterale. Ovviamente la gamba era completamente fuori uso, per cui il mio collega mi ha accompagnato al pronto soccorso verso le 20 di un giorno infrasettimanale. Appena arrivato mi sono fatto aiutare per sedermi nel corridoio. Un’infermiera mi ha chiesto cosa fosse successo e io le ho spiegato di avere la gamba fuori uso e di aver sentito uno scoppio al momento dell’incidente, premonizione certa di rottura secca del crociato. Intanto la gamba cominciava a gonfiarsi a causa della lesione parziale al collaterale, che stava provocando dolori lancinanti. Mi è stata data una busta di ghiaccio secco. Passata un’ora, svanito l’effetto del ghiaccio ne ho chiesto ancora all’infermiera. Lei me lo ha negato, e mi ha preannunciato che avrei fatto le lastre. Passate le 23 e fatte le lastre sono rimasto in sala di attesa, sempre senza ghiaccio. Nel frattempo è arrivato un motocrossista, subito medicato: e io lì a rantolare a mezzanotte in corridoio. Alle 2 del mattino l’infermiera mi ha portato un sacco di ghiaccio e mi ha detto che l’ortopedico era impegnato in altra urgenza e non ci sarebbe stato per tutta la notte. Insomma: dovevo andare via. Il giorno dopo ovviamente sono andato al pronto soccorso dell’ospedale di Volta Mantovana».

Con Rachele torniamo al presente: «Sono andata al pronto soccorso con un dolore lancinante al fegato. Entro e mi fanno una flebo di antidolorifico. Io ero piegata in due. Dopo circa mezz'ora mi trasferiscono in sala d'attesa, sulle sedie di ferro, e mi chiedono di attendere lì. Chiaramente stando scomoda il disagio è ancora maggiore. Dopo 9 ore mi alzo e chiedo di firmare per uscire. Mi fanno firmare, dopodiché attendo altri 20 minuti che qualcuno mi tolga l'ago dal braccio».

Ecco la testimonianza di Fulvio: «Mia madre Lidia adesso ha 87 anni e a causa di una fortissima osteoporosi ed un gravissimo incidente stradale è in carrozzina da due anni. Ha 12 vertebre crollate nella schiena. Quando ancora camminava da sola è caduta in strada all'incrocio tra via Orefici e via Calvi. Erano le 11 di mattina. L'hanno portata al pronto soccorso. Mi hanno avvisato subito. Naturalmente era pieno di gente. In un tempo abbastanza breve, credo un'ora-un'ora e mezza, le hanno fatto i raggi alla schiena ed alla testa (dove aveva preso una bella botta). Poi hanno detto di aspettare. Lei era su un lettino in un corridoio: sarebbero arrivati i medici a visitarla. Dovevano arrivare l'ortopedico ed il neurologo. Tra codici rossi, urgenze ed altre amenità abbiamo tirato mezzanotte. A questo punto (era proprio mezzanotte) ci hanno detto che tra un po’ sarebbe toccato a noi e l'avrebbero visitata leggendo anche le lastra fatte. Però hanno aggiunto che avevamo davanti ancora cinque persone e che se tutto andava bene saremmo usciti alle 3 di notte. Morale: abbiamo firmato contro il parere degli infermieri e siamo tornati a casa. Il giorno dopo visita privata senza attese ma con il portafoglio un po’ più leggero». (e.c.)
 

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