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Enzo Dara per sempre nel suo lago

L’ultima volontà del cantante: le ceneri disperse nell’acqua quasi di fronte alla sua casa

MANTOVA. Enzo Dara se n’è andato, ma ha voluto almeno idealmente restare nel luogo che amava di più, davanti al profilo di Mantova. Un mese fa nel tardo pomeriggio si spegneva all’ospedale Poma, nel reparto di cure palliative. Si doveva dire che il funerale sarebbe stato privatissimo per allontanare l’attenzione dall’addio al grande cantante lirico che si era esibito nei teatri più importanti del mondo.

In realtà non c’è stato alcun funerale. La moglie Ivana con la sorella di Enzo, Gloria Dara, è salita su una barca e nel lago di Mezzo, quasi davanti alla casa dell’artista, ha sparso le ceneri sull’acqua, come lui aveva chiesto. Dopo più di 40 anni sul palcoscenico, sempre a disposizione del pubblico, Esempre a ricevere applausi, Enzo Dara ha voluto scomparire per rimanere nel ricordo di chi passeggiando sul lungolago vorrà scherzare con lui.

I funerali non gli piacevano, ricorda Ivana, vedeva le persone che fingevano un dolore inesistente, parlavano e sparlavano. Meglio togliere tutti dall’imbarazzo. Ma sincero com’era non avrebbe voluto che si nascondesse la verità. «Maffioli – ci racconta la moglie – mi ha chiesto se me la sentivo e io non ho avuto dubbi. Con l’urna in mano l’ho salutato dicendogli: Caro Tato dicevi che la morte è il nulla, come Jago nell’Otello, ma se ti sei sbagliato, ovunque tu sia, buona fortuna».

Dara regista de “La Cambiale di...
Dara regista de “La Cambiale di Matrimonio” al teatro La Fenice di Venezia

Basso buffo amatissimo, Enzo Dara faceva ridere, con la sua bella voce chiara e profonda, con le mossette da grande attore, con lo sguardo mobilissimo. Ma, come ogni comico vero, aveva una vena dolorosa, quella che accompagna l’esistenza umana. Lo hanno scritto noti critici musicali salutandolo con amicizia e rispetto. «Il basso buffo, prima di Dara, era un ruolo meccanico, frusto come la gag che usavano un tempo, ma che egli ha trasformato in un ruolo comico sì, ma anche ricco di umanità e di un fondo di malinconia, fragilità e amarezza che commuove» ha scritto Enrico Girardi sul Corriere della sera nell’articolo intitolato “Addio a Dara, mattatore dell’opera buffa. Creò un nuovo stile comico, laureato da Abbado, fu un grande interprete rossiniano”.

E Alberto Mattioli, su La Stampa: «Nessuno ha mai cantato il donizettiano "È finita, don Pasquale" con la poesia che sapeva sprigionare lui». Le sue, continua, non erano macchiette, erano personaggi che vivevano nel gesto e nel suono. Enzo Dara protagonista della rinascita rossiniana, con eleganza, senso della misura, classe, «era di una leggerezza quasi calviniana». Altri saluti che Enzo avrebbe apprezzato sono certamente quello dell’amico giornalista Renzo dall’Ara, di Sabino Lenoci con cui incontrò per l’ultima volta il suo pubblico alla Scala nel maggio scorso nel pomeriggio a lui dedicato e che pubblicherà un ampio servizio sulla rivista L’Opera di ottobre.

E Roberto Chittolina che ha ricordato come al dottore che gli chiese se avesse paura della morte rispose: «No, mi dispiace che non vedrò più mia moglie». E una risata se la sarebbe fatta leggendo il necrologio dell’amico e collega, il baritono Leo Nucci che rievoca come si punzecchiassero a vicenda sul palcoscenico e le dispute ciclistiche fra lui con il mito di Coppi ed Enzo, seguace di Bartali.

Tra le telefonate di condoglianze, anche quella di Fortunato Ortombina, il goitese direttore artistico del Teatro La Fenice di Venezia, che gli commissionò l’ultima regia, La cambiale di matrimonio e che avrebbe voluto ce ne fosse ancora una: Gianni Schicchi. Tra le persone a cui Enzo Dara era più affezionato c’era la zia Bice Fiorini di Cittadella, quella che scriveva le lettere alla Gazzetta. E vicino a lui fino all’ultimo, tra i pochi a cui non aveva nascosto la malattia, Giordano Fermi e Giovanna Maresta. In tanti invece aspettiamo ancora di concordare la data di una cena alla Locanda delle Grazie.

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