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La vacanza a Mantova? Si fa in appartamento: così Internet riscrive l’ospitalità

In tre anni la provincia ha perso otto hotel e registrato un aumento di affittacamere e case private. Nel 2016 le sistemazioni alternative coprivano il 67% dell’offerta: e il trend è in crescita costante

MANTOVA. Chiudono gli alberghi e si moltiplicano le strutture altre, in particolare affittacamere e agriturismi: a dirlo sono i numeri messi in fila dall’Osservatorio provinciale del turismo (ancora provvisori in attesa della pubblicazione definitiva dell’Istat). Al 31 dicembre 2016 in tutta la provincia di Mantova si contavano 87 alberghi, 3 in meno rispetto all’anno precedente, 8 a confronto con il 2014; stabili a 176 i bed and breakfast e in aumento di un robusto 8% le “strutture complementari” (270 contro 249), formula larga che abbraccia le aree attrezzate per la sosta dei camper, gli affittacamere (alloggi in affitto gestiti in forma imprenditoriale), gli agriturismi e gli ostelli della gioventù. A conti fatti, le strutture complementari coprono il 50,66% dell’offerta ricettiva, quasi il 67% sommando anche i b&b. Ciò che sfugge alle maglie dell’ultima analisi dell’Osservatorio sono le nuove tipologie di strutture, così come riorganizzate dalla legge regionale del 2015, adottate a partire da quest’anno.

In particolare, l’attenzione degli operatori è orientata all’acronimo cav che, srotolato, si dilata nella categoria case e appartamenti per vacanze: legge alla mano, si tratta di «strutture ricettive gestite in modo unitario e organizzate per fornire alloggio e eventualmente servizi complementari, in unità abitative, o parti di esse, con destinazione residenziale, composte da uno o più locali arredati e dotati di servizi igienici e di cucina e collocate in un unico complesso o in più complessi immobiliari». Le cav possono essere gestite sia in forma imprenditoriale sia non imprenditoriale, in questo secondo caso «da coloro che hanno la disponibilità fino a un massimo di tre unità abitative e svolgono l’attività in maniera non continuativa, osservando a tal fine un periodo di interruzione dell’attività non inferiore a novanta giorni all’anno, anche non continuativi».

Il vincolo dell’interruzione è lo stesso previsto per i b&b (gestiti a conduzione familiare in forma non imprenditoriale), che non possono offrire più di quattro camere per un massimo di dodici posti letto, sempre che il titolare abbia la residenza allo stesso indirizzo (requisito numero uno). E i vecchi affittacamere? Ridistribuiti tra “foresterie lombarde” e “locande”, che condividono la gestione imprenditoriale e il limite massimo di sei camere per quattordici posti letto, e differiscono per l’attività principale: nel primo caso è l’offerta di alloggio, nel secondo la somministrazione di alimenti e bevande.

Al di là delle curve e dei dossi burocratici della legge, con le sue regole e i suoi limiti da osservare, è intuitivo che gestire un albergo è cosa diversa dal portare avanti un b&b o affittare saltuariamente un appartamento ai turisti: altri vincoli, costi, controlli. Altro prezzo sul mercato. Dati e flussi di questo lungo spicchio di 2017 sono ancora oggetto di analisi e monitoraggio, ma è percezione diffusa tra gli operatori che le strutture extralberghiere stiano accelerando ulteriormente, spingendo soprattutto le case e gli appartamenti per le vacanze. Ed è nelle pieghe della non imprenditorialità che, per gli albergatori, si annida il sospetto di una concorrenza sleale.

«Se giochiamo ad armi pari, l’albergatore si assume la responsabilità di andare in direzione contraria rispetto alla “moda” standosene arroccato nel suo castello, ma se la concorrenza diventa impari, allora non può esserci gioco – osserva Roberto Tebaldini di Asshotel Confesercenti – Stando nell’ambito del non imprenditoriale, vero è che se voglio avviare un b&b, ad esempio, devo presentare al Comune la Scia, ma l’attività non modifica la destinazione d’uso dell’immobile, che resta residenziale, così per effettuare un controllo serve una carta firmata dal giudice. Mi rendo anche conto che le strutture extralberghiere sono talmente diffuse che verificarle tutte sarebbe un onere insostenibile, ma resta il fatto che nessuno ha gli stessi vincoli degli albergatori. Un altro esempio è quello degli agriturismi, che godono della fiscalità agevolata dell'agricoltura. E anche nel campo della gestione imprenditoriale delle strutture ricettive, che pure sono più controllate, è facile aggirare il limite del numero di stanze ammesse».

«Le case e gli appartamenti per vacanze, gestite in forma imprenditoriale o meno, e i b&b hanno dei costi completamente diversi dai nostri – insiste Gianluca Bianchi di Federalberghi Confcommercio – non hanno personale da mettere in regola e possono proporsi sul mercato con tariffe stracciate rispetto alle nostre. Trascinata dalla piattaforma Airbnb, la situazione è cresciuta a dismisura generando della concorrenza sleale. E senza partita Iva puoi anche permetterti di fare ciò che vuoi. Naturale che queste strutture continuino a crescere, ma i dati sui flussi turistici ci dicono che non generano così tante presenze come ci si aspetterebbe. Così anche nel 2016, l’anno di Mantova capitale italiana della cultura, viene quindi il sospetto che non tutte le presenze siano state dichiarate».

Ed eccola la torta delle presenze 2016 (le notti trascorse dai clienti nelle strutture ricettive, ndr) nel Comune capoluogo: la fetta più larga spetta sempre agli alberghi (149.067 presenze, pari al 70,44%), seguiti dalle strutture complementari (23,97%) e dai b&b (5,59%), per un totale di 211.637. E una permanenza media di 1,77 giorni, meno del 2014 e, di una scheggia, anche del 2015. Il solito mordi e fuggi.
 

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