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L’eco-sostenibilità della dieta: l’impatto sull’ambiente di una scelta vegana è più alto di quanto si pensi

La dieta più sostenibile per l’ambiente e per le esigenze nutrizionali di una popolazione mondiale crescente non è certo quella che prevede un largo consumo di carne. Però recenti studi indicano che non lo è nemmeno la dieta vegana, basata solo su alimenti di origine vegetale

MANTOVA. Proprio perché completamente basata sui vegetali, si sarebbe portati a pensare che la dieta vegana sia la meno dannosa per l’ambiente. Eppure ci sono diversi studi che considerando efficienza di produzione, sostenibilità ambientale e protezione della biodiversità mettono seriamente in discussione l’eco-sostenibilità di una dieta vegana applicata alla tutta la popolazione mondiale.

Come noto, un regime alimentare onnivoro, con largo consumo di carne, comporta più elevate emissioni di carbonio e maggiore spreco di acqua per produrre gli alimenti, a parità di calorie, rispetto a quello vegano e vegetariano. Ma uno studio basato su consumi reali di cibo di 153 cittadini nel nostro paese ha anche evidenziato che la dieta vegana non è meno inquinante di quella vegetariana, che comporta il consumo anche di derivati animali. La causa? Spesso i prodotti consumati, almeno considerando il campione di vegani in questo studio, sono molto elaborati e provenienti da paesi lontani: insomma i processi di trasformazione e trasporto a loro volta inquinano l’ambiente.

In termini di efficienza e sostenibilità, la sfida del futuro è di riuscire ad aumentare la produzione senza sottrarre nuove terre alla natura, per sfamare la popolazione mondiale costantemente in aumento. Il regime alimentare più efficiente per questo scopo, sarebbe quello basato principalmente su frutta e verdura con l’aggiunta di pochi prodotti animali, secondo la ricerca della  Friedman School of Nutrition Science and Policy .

Invece l’eliminazione dalla dieta di tutti i derivati animali non sarebbe ottimale per un uso sostenibile del suolo. La conversione di tutti i terreni disponibili all’agricoltura diminuirebbe la loro efficienza, visto che tipi diversi di terra sono adatti per produrre tipi diversi di cibo. Alcuni terreni poi, hanno efficienza massima solo se destinati a pascoli. Per esempio, la principale, se non l’unica, attività produttiva possibile nel 60% dei territori dell’Africa sub-Sahariana è l’allevamento .

Proprio questo è un punto cruciale: l’impatto della bistecca che arriva sul nostro piatto è sempre calcolato sulla base dei dati di produzione degli allevamenti intesivi. Ma, come evidenzia un nuovissimo studio dell'Università olandese di Wageningen e della FAO - proprio l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di ridurre la fame nel mondo - gli allevamenti intensivi rappresenterebbero solo dal 7 al 13% dell'ammontare della produzione di carne mondiale.

Ciò vuol dire che, a livello globale, le fonti di cibo animale sottrarrebbero meno terra alla produzione di alimenti vegetali per l'uomo di quanto creduto fino ad ora. Inoltre, secondo la ricerca della FAO, dei 6 miliardi di tonnellate di sostanza vegetale secca necessari alla produzione mondiale di carne, ben 46% deriverebbe da pascoli spontanei.

In particolare, circa l'80% dell’enorme quantità di terra usata per sfamare gli animali da allevamento nel mondo (2,5 miliardi di ettari) sarebbero prati e pascoli. Ad esempio in Australia, molti pascoli sono in realtà praterie spontanee: convertirli ad uso agricolo comporterebbe un gravissimo danno in termini di perdita di biodiversità e di emissioni.

A conti fatti l’abbandono dello stile di vita onnivoro (e opulento) caratteristico dei paesi più avanzati sarebbe auspicabile in “occidente”, anche per la nostra salute. Ma non sono così evidenti i reali benefici alimentari dell’abbandono della carne per lpopolazioni povere in Africa ed in Asia dove, ad esempio, la pastorizia nomade, appare di gran lunga più sostenibile per l’ambiente della coltivazione di cereali e ortaggi.

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*Laureata in Biologia nel 2004, ha conseguito il dottorato di ricerca in Ecologia e Conservazione della Biodiversità pochi anni dopo a Roma, sua città natale. Negli ultimi 5 anni ha svolto attività di ricerca prevalentemente in ecologia, in Italia e all’estero. Ora si è convertita alla comunicazione della scienza con particolare riferimento a temi ambientali. Questo blog nasce per la sua passione di condividere e promuovere la cultura scientifica, con uno stile divulgativo semplice, accattivante ma rigoroso.

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