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ARTIGIANATO

«Laboratori illegali? La responsabilità è di chi li fa lavorare»

Atto d’accusa della Cgil contro le aziende committenti. E tra la manodopera cinese spuntano i primi italiani

MANTOVA. Vicina? No, la Cina ce l’abbiamo proprio in casa, nel perimetro della nostra provincia guastata dalla crisi e mortificata da chi ci ha lucrato sopra, schiacciando il mercato del lavoro sempre più in basso. La Cina che abbiamo in casa è quella deteriore e alienata di chi svende manodopera per pochi euro, al chiuso di laboratori dove il sonno è una striscia sottile ritagliata al tempo della fatica, dove si sgobba e sopravvive confondendo la notte e il giorno. L’evidenza è nella lunga sequenza di blitz e chiusure delle ultime settimane: Acquanegra, Medole, Rodigo, San Giovanni del Dosso. «Ma è troppo comodo prendersela soltanto con i cinesi – interviene il segretario provinciale della Cgil, Daniele Soffiati – la verità è che si è prodotta una situazione per cui le grandi aziende committenti, anche quelle sul nostro territorio, continuano a dare lavoro a laboratori economicamente più convenienti, proprio perché non vengono rispettate le condizioni contrattuali e di sicurezza, lucrando quindi sull’imprenditoria illegale». Ad accanirsi sull’indice che addita i cinesi brutti, sporchi e cattivi si rischia di non vedere la luna grassa e spugnosa: l’atto d’accusa è per l’intero sistema.

Sistema che si autoalimenta e ripara: riferisce Ivan Papazzoni, del Dipartimento artigianato della Cgil, di armi spuntate per combattere un fenomeno radicato e, paradossalmente, incoraggiato. Vero, una volta scoperti, i laboratori clandestini vengono chiusi e i titolari arrestati (se li trovano), ma per il dissequestro della merce bastano poche migliaia di euro. Stesso discorso per i macchinari, che spesso appartengono agli stessi committenti. Morale, «l’impresa non rischia nulla» come scandisce Papazzoni. Al massimo la grande azienda sta ferma un giro, poi trasferisce merce e macchinari a un altro laboratorio, fino al blitz successivo. Che poi anche i controlli sono ad ostacoli, e se a bussare a un laboratorio non si presentano un militare o un agente, le porte restano chiuse.

Le proporzioni del fenomeno sono nei numeri, elaborati e messi in fila nell’ultimo Rapporto economico provinciale della Camera di commercio: in dieci anni la crisi ha polverizzato 2.102 imprese artigiane, erano 14.225 nel 2007 e si sono asciugate progressivamente fino a quota 12.123 del 2016, con un saldo negativo di 210. In compenso, dal 2011 al 2016 la percentuale di imprese artigiane con titolare straniero è aumentata dal 17,8% al 19,8%. I settori principali in cui operano gli stranieri sono le costruzioni (58,7%) e il manifatturiero (25,2%), con un picco del 71,5% nel tessile-abbigliamento.

Ma etnicizzare la questione artigiana sarebbe miope, il discrimine è nella correttezza non nella nazionalità dei titolari delle imprese. Stritolato tra la crisi e la spregiudicatezza di certi grandi committenti, il comparto artigiano ha perso per strada imprenditori e tutele. Il cuore del problema è nello scadimento complessivo, nel peggioramento delle condizioni di lavoro e nella fatica che stare dentro le regole comporta. Un problema grosso, che interroga il sistema produttivo mantovano tutto, rispetto al quale l’artigianato continua a pesare per un terzo.

Anche perché, come sottolinea Enea Fontanesi, segretario della Camera del lavoro di Suzzara e nel direttivo del Dipartimento artigianato, per lungo tempo il comparto ha assorbito gli esuberi dell’industria, oltre a ricollocare i suoi lavoratori. Per lungo tempo il lavoro non è stato un problema, ma un’opportunità, anche di cambiamento. Oggi, invece, con questi numeri e questo andazzo, l’artigianato non riesce più a ricollocare i suoi, figurarsi a offrire un riparo agli altri. Come se non bastasse, la coperta degli ammortizzatori sociali è sempre più corta e sfrangiata. Come s’inverte la rotta? Riferisce Papazzoni di una misura possibile per i laboratori clandestini, condivisa con le associazioni datoriali in questi giorni di confronto per il rinnovo dei contratti: la merce sequestrata non andrebbe restituita ma distrutta.

La Cina? Ce l’abbiamo in casa e il rovesciamento di prospettive e tutele è ormai quasi definitivo: è capitato che tra i lavoratori in nero ci fossero anche delle italiane. Signore di mezza età che avendo perso il lavoro, e non sapendo più dove sbattere la testa, hanno accettato i pochi euro offerti loro. Unica consolazione, poter dormire ancora nel proprio letto.

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