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I pendolari tra le due sponde: «Così ci si è accorciata la vita»

Esistenze appese al ponte di Casalmaggiore: così la chiusura ha stravolto traiettorie e abitudini 

CASALMAGGIORE. Le travi da cambiare sono sei. O forse potrebbero essere venti. Settantasette sono da ispezionare. Numeri che significano milioni, e mesi di lavori. Mesi con il ponte chiuso. Che significano centinaia di giornate ancora più complicate. Vite sempre sull’orlo di una crisi di nervi, quelle dei pendolari. Appese ai semafori inchiodati, ai camion lumaca, al trattore che trotta lungo la provinciale per chilometri incurante dei divieti. All’incubo autovelox e a quello del poliziotto che ti fa il check up completo. All’orologio che quando devi andare al lavoro corre sempre troppo veloce.

Casalmaggiore: l'accesso al ponte è...
Casalmaggiore: l'accesso al ponte è chiuso

È lungo solo un chilometro e duecento metri, il ponte di Casalmaggiore, principale via di collegamento la Parma, il Casalasco e Mantova. Ma chiuso significa decine di chilometri in più che i pendolari devono percorrere ogni giorno. Chilometri, soldi e tempo. Sembra una beffa, quel cartello giallo davanti allo sbarramento: “percorso alternativo ponte di Ragazzola sp 10 o ponte di Viadana sp62r”. Se il primo, a ovest di Parma, è improponibile per la maggior parte dei pendolari, che gravitano sul Casalasco e il Mantovano, la scelta cade inevitabilmente sulla seconda opzione. Che significa, ogni giorno, tuffarsi nell’inferno.

Traffico in aumento a Viadana dopo la...
Traffico in aumento a Viadana dopo la chiusura del ponte

Lo racconta Andrea, di Gussola, biologo in una ditta alimentare di Mezzani. «Per andare al lavoro impiegavo dieci minuti, e senza correre. Sette chilometri secchi, con una spesa irrisoria di carburante». Dal sette settembre, i chilometri sono diventati trenta. Che moltiplicati per due fanno sessanta. «Devo passare da Viadana, incastrato in mezzo a camion e trattori. Un incubo. Ci metto quaranta minuti, se non trovo intoppi, e arrivo a casa giusto per l’ora di cena». È imbufalito Paolo, di Colorno, impiegato a Sabbioneta. «Oltre al tempo, ai chilometri e ai soldi, devo rinunciare anche alla palestra. Riuscivo ad andarci uscito dal lavoro, e potevo anche a dare una piccola mano in casa. A volte tornavo anche a casa per pranzo, giusto per spezzare la giornata. Ora mi sento spezzato io».

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Perché se per chi lavora a una distanza importante, l’idea di pranzare a casa, togliersi le scarpe e rilassarsi un’ora è un miraggio abbandonato, quando i chilometri sono pochi si può cedere alla tentazione. Si poteva: perché ora, per tanti pendolari, panino e piadina sono diventati il pranzo quotidiano. Impiegata alla Parmovo di Mezzani, Jessica Ranieri, di Sabbioneta, con i suoi colleghi ogni mattina fa un percorso triathlon. «Prima salivo in macchina e in quarto d’ora ero in laboratorio. Ora vado a Casalmaggiore in auto, la lascio in stazione e prendo il treno per Colorno dove lasciamo parcheggiata l’auto aziendale e con quella andiamo al lavoro». Risultato: a parte i soldi del biglietto e le mezzore che se ne vanno, «a Mezzani sono a piedi per tutto il giorno, quindi in pausa pranzo sto in azienda, e al pomeriggio arrivo a casa un’ora dopo. Ho due bimbi di 2 a 5 anni, li va a prendere all’asilo il mio compagno, ma per ogni inconveniente, e a quell’età è la norma, sono guai. La settimana scorsa il piccolo ha avuto la febbre ed ero bloccata».

L’ipotesi slalom sul ponte per evitare i punti danneggiati, con le inevitabili code, al confronto sembra una passeggiata nel prato. Per chi deve affrontare un viaggio più lungo, ad esempio i pendolari tra Parma e Mantova, negli ultimi giorni si è aggiunto un altro inghippo che suona come una beffa: sulla Cispadana, la strada di collegamento unica alternativa alla Sabbionetana, è stato aperto un cantiere poco prima dello svincolo per Mantova. Operai con la paletta, senso unico alternato e lunghe code. Tempismo perfetto.

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