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A Pozzolo un inferno di amianto e rifiuti

Fallito nel 1997, lo stabilimento Co.ma.pre. è nelle mani del Tribunale di Napoli: 11mila metri quadrati usati come discarica

MARMIROLO. C’era una volta la Co.ma.pre. di Pozzolo sul Mincio, larga azienda di prefabbricati in cemento armato, operosa eccellenza degli anni Sessanta quando il boom sembrava non doversi sgonfiare mai, e l’edilizia esprimeva una solida filosofia di vita. Quando comuni, paesi e frazioni s’identificavano con le loro fabbriche. Cinquant’anni dopo, della Co.ma.pre. restano gli scheletri dei capannoni, le scatole vuote degli uffici, i tetti di eternit e i fusti d’olio. Undicimila metri quadrati d’abbandono e inquinamento, una terra di nessuno dove la gente va a gettare e nascondere. Ma in realtà ciò che resta dello stabilimento è ancora di qualcuno: la storia della Co.ma.pre. s’interruppe definitivamente nel 1997, deragliando nel binario morto di un fallimento, da allora è tutta roba del Tribunale di Napoli. Napoli perché nella girandola di vendite e cessioni il cerino rimase in mano a un imprenditore campano. Così la distanza complica e sfilaccia una situazione d’abbandono già difficile da gestire.



Come riferisce il sindaco di Marmirolo, Paolo Galeotti, l’amministrazione ha le mani legate, per intervenire deve essere autorizzato dal curatore che, a sua volta, deve confrontarsi con il Tribunale. Comune, Forestale, Parco del Mincio: negli anni la corrispondenza è stata fitta. L’ultima sollecitazione è di pochi mesi fa, quando al curatore si chiese di verificare lo stato delle coperture dei capannoni. A Napoli, però, i soldi per tamponare la situazione sarebbero finiti, adesso, per liberarsi dello stabilimento, dopo una lunga sequenza di aste andate deserte, si è deciso di aggiornarne la valutazione. Anche se la vendita resta un miraggio pallido, mentre il problema si aggrava. Realizzata in anni recenti, la chiusura degli accessi ha opposto una fragile resistenza alla furia degli incivili. Sia cittadini sciolti sia balordi organizzati, come il carrozziere che sei anni fa si prese una striscia di terra per scaricarci fusti di solventi, filtri e lamiere d’auto.


La proprietà è privata ma protetta da una recinzione intermittente, e il degrado che s’intravede da fuori a entrare. La prima impressione è di essere inciampati in una zona di guerra, con le carcasse di tre furgoni coricati sulle fiancate e sbranati un pezzo dopo l’altro, montagne di copertoni, giacigli di fortuna, le lastre di eternit impilate nell’erba e quelle che iniziano a piovere dai capannoni dove una volta scorrevano i carriponte. Spazzatura ovunque, metri e metri di guaine che qualcuno ha rubato e portato qui per sfilare l’anima di rame, televisori e sanitari, una Barbie senza gambe, scarpe spaiate e una teiera di porcellana. E poi c’è lo spettacolo della natura che si riprende i suoi spazi, il verde che cresce ostinato nei capannoni e la scia di colore delle foglie rosse sul grigio nudo del cemento. Si torna fuori storditi, con la consapevolezza di aver passato davvero un confine.

«Il Comune può solo sollecitare degli interventi di messa in sicurezza che, comunque, devono essere autorizzati dal Tribunale di Napoli – ripete Galeotti – E se anche dovessimo essere coinvolti direttamente, non avremmo la forza per sostituirci nell’intervento di bonifica, non basterebbe nemmeno il nostro bilancio, che è di 4 milioni. La situazione può essere risolta soltanto a livelli più alti, dalla Regione e dal ministero a cui sarebbe il caso che si rivolgesse il curatore stesso del fallimento».

C’erano una volta la Co.ma.pre. di Pozzolo e le tante altre realtà produttive di un territorio che ha smarrito rotta e identità. E adesso non sa che farsene dei suoi vuoti industriali.
 

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