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Arlecchino d’oro. Ranieri: sono felice per questo premio

Mantova. L’artista: «Anche come “rimpiazzo” sono onorato e lo dedicherò a Bertolucci, genio del cinema»

MANTOVA. Massimo Ranieri riceverà l’Arlecchino d’oro giovedì prossimo al Teatro Sociale, dove porta lo spettacolo “Sogno e son desto”. La Fondazione Artioli l’ha scelto dopo la rinuncia di Bertolucci per motivi di salute. E l’artista ne parla in questa intervista alla Gazzetta. «Sono felice e doppiamente onorato di essere accostato a un genio del cinema come Bertolucci, anche come rimpiazzo. Sicuramente dedicherò il premio a Bernardo». Ranieri, che non ha perso mai lo spirito dello scugnizzo, passa subito al tu («Maria Antonietta come la regina») e racconta che verrà a Mantova molto volentieri. 



«Proprio al Sociale, che è un bellissimo teatro, sono stato nel 2007 con “Canto perché non so nuotare”, ci fu un boato, applausi che si sentivano da fuori».

E pensare che i mantovani non si scaldano tanto...

«Non è vero. E poi non esiste un pubblico freddo o caldo, esiste uno spettacolo bello o brutto».

Com’è “Sogno e son desto”?

«Mi presento a tutto tondo, cantante, ma anche macchiettista e fine dicitore. Racconto aneddoti, recito poesie e canto i successi di Aznavour, Pino Daniele, Donaggio, Luigi Tenco e tanti altri, oltre ai miei. E’ uno spettacolo che ha avuto molto successo anche in televisione. Ma dal vivo è diverso».

In questi giorni lei ha ricevuto anche il Premio Tenco Operatore culturale, dopo aver già vinto come cantante.



«Che salto! Da cantante di musica leggera a operatore culturale. Mi batte il cuore se penso che vengo messo a fianco di personaggi come Dacia Maraini, Dario Fo e il musicista Mauro Pagani».

A Mantova, l’Arlecchino d’oro in passato è stato assegnato a Giorgio Albertazzi, Dario Fo, e persino a Brian Eno.

«L’ho letto nella scheda che mi hanno mandato e la cosa mi emoziona. E’ una perla che mi mancava nella collana. Ho scoperto Umberto Artioli, esperto di teatro contemporaneo che ha creato un archivio sul teatro dei Gonzaga. E’ dirompente e mi riempie di gioia: un napoletano alla corte di Mantova. E’ un premio che mi fa pensare all’Arlecchino di Strehler».

Lei si sente un po’ Arlecchino?

«Curioso come lui, in più di mezzo secolo ho fatto di tutto».

Non solo 14 milioni di dischi venduti. David di Donatello a 18 anni come miglior attore in “Metello” di Bolognini, ma anche un film con Pozzetto e la Fenech (“La patata bollente”) e subito dopo “La dodicesima notte o quel che volete” di Shakespeare con Monica Guerritore e la regia di Di Lullo. Persino funambolo e giocoliere nel musical “Barnum” del 1983. Talento e determinazione?

«La determinazione fa pensare a chi sgomita per arrivare e salta ostacoli che non è in grado di superare. Io invece credo nel lavoro e nell’amore per quello che si fa. Sono un puledrino che supera piccoli ostacoli adatti a lui finché diventa un cavallo».

Già, Ranieri puntiglioso e gentile, che mette impegno in ogni lavoro. Fra poco lei sarà di nuovo al cinema con “Riccardo va all’inferno” di Roberta Torre, insieme a Sonia Bergamasco....

«Lo presentiamo il 27 novembre a Torino. Non posso parlare»

Torniamo a Strehler. Fu una svolta?

«Mi tremavano le vene dei polsi, ma ero felice. Io che potevo lavorare con il più grande regista teatrale d’Italia e non solo.. una fortuna e un privilegio da non sprecare. Era il 1980 con “L’anima buona di Sezuan” di Brecht”.

E arriviamo al 2006, quando su Rai, durante lo spettacolo “Canto perché non so nuotare… da 40 anni”, lei presenta a milioni di telespettatori, insomma a tutto il mondo, Cristiana, la figlia ormai adulta che non aveva riconosciuto quando era giovanissimo. E adesso?

«Ci siamo sentiti un’ora fa. Mi ha promesso che mi cucinerà la pasta a fagioli come la fanno a Napoli, appena torno da Sanremo».

Maria Antonietta Filippini


 

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