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La suinicoltura rialza la testa, e la spinta arriva anche dalla Cina

Dopo la lunga crisi (in 15 anni numero dei capi diminuito del 20%) aziende più grandi e riorganizzate. In questo modo ecco costi ridotti ed esportazioni verso l’Estremo Oriente aumentate: «Ma evitiamo la sovrapproduzione» 

MANTOVA. La suinicoltura è uno dei settori più rappresentativi dell’economia agricola mantovana. Il nostro territorio ospita quasi l’11% di tutti i suini italiani e secondo i dati della Regione Lombardia (analizzati da Confagricoltura) nel 2015 erano 1milione 300mila i capi allevati in 480 aziende. Al contempo quello suinicolo è anche un settore reduce da anni di profonda crisi, con un drastico calo di capi e allevamenti. Eppure - da Bagnolo a Schivenoglia e San Giacomo delle Segnate - nel 2017 sono venuti alla luce tre importanti progetti in provincia, tra allargamenti e nuovi insediamenti. Che cosa succede dunque al settore? Sta davvero rialzando la testa?


Per trovare risposta a queste domande bisogna partire da un’analisi dei dati. Il primo da considerare illustra la tendenza in discesa relativa al numero di capi. Nel 2000 il Mantovano contava su oltre 1 milione 625mila maiali, scesi a 1, 3 milioni nel 2009, a 1 milione 294mila nel 2010 e ritornati a 1 milione e 300mila nel 2015, ultima rilevazione disponibile. In 15 anni, dunque, un calo del 20%. Altro numero che aiuta a capire cosa stia accadendo nel settore è quello relativo al numero di allevamenti, scesi dagli 894 del 2000 ai 631 del 2010 ai 480 del 2015. La percentuale di calo qui è vicina al 50% (48%). Incrociando i due trend, si scopre che il numero medio di capi per allevamento, pari a 1.818 nel 2000, è cresciuto a 2.709 nel 2015 (nel 1970 erano 85,70 e nel 1990 926,90). Appare abbastanza chiaro come gli allevamenti stiano diventando più grandi.

Questione di economia di scala, ma anche di capacità di mantenere strutture che negli anni diventano sempre più complesse. C’è molta più tecnologia negli allevamenti, ormai tutti gestiti da software gestionali all’avanguardia, e le strutture sono state adeguate alle rigide leggi sul benessere animale. «C’è poi anche la propensione a privilegiare il ciclo chiuso, ovvero la crescita e l’ingrasso del suino all’interno della stessa azienda – spiega Claudio Veronesi, importante allevatore mantovano con oltre 35mila maiali distribuiti in sette aziende, a cui si aggiunge una scrofaia – che però è più costoso e necessita di strutture adeguate, oltre che della presenza di una scrofaia».

Il ciclo chiuso consente anche di approcciare un’altra “filosofia” che accresce la redditività, cioè quella delle filiere: «Secondo me rappresentano il futuro – spiega ancora Veronesi – prima c’è stata la Ogm free e quindi il controllo integrato e la tracciabilità dei mangimi lungo tutta la produzione. Ora si va verso antibiotic free, con l’assenza di utilizzo di antibiotici dalle prime settimane di vita dell’animale (dal quarantanovesimo giorno di vita del suino) fino alla macellazione».

La filiera consente di vendere il maiale ad un prezzo leggermente superiore. Il prezzo, negli ultimi anni, si è mantenuto basso, con una decisa risalita nell’ultimo anno. Nel 2015 si era arrivati ad un prezzo medio di 1,389 euro al chilo, nel 2016 a 1,685 e oggi si rimane vicini a 1,70, a seconda della Borsa merci di quotazione. Il motivo di questa impennata, che da giugno 2016 ad oggi ha reso nuovamente redditizio il settore, è da ricercare nel lontano Oriente. Il mercato cinese, per anni off limits per la carne europea, è andato in sofferenza alla fine del 2015 per la decisione della Repubblica Popolare di sopprimere oltre un milione di scrofe, ammalate. Di conseguenza i cinesi (e anche altri mercati asiatici collegati), hanno dovuto rivedere in fretta i protocolli sanitari che vietavano l’import di carne di maiale, comprando enormi partite di suini dapprima dal nord Europa, e nell’ultimo periodo anche dai macelli italiani.

Una situazione che, secondo alcuni esperti, non durerà a lungo: «Negli ultimi mesi, con il rafforzamento dell’euro sul dollaro, per la Cina sta diventando più favorevole ad acquistare dal mercato americano – spiega Thomas Ronconi, presidente di Anas (Associazione nazionale allevatori suini) - questo può causare il ritorno ad una sovrapproduzione in Europa, dove peraltro la richiesta di carne di maiale negli ultimi due anni sta calando, anche se non in Italia».

Secondo i dati previsionali dell’associazione, nel primo trimestre 2018 in Germania dovrebbe registrarsi un abbassamento dei prezzi del 10% e nel secondo trimestre circa del 7%. In Italia ci sarà una tenuta nel primo trimestre, con un +0,8%, dovuta principalmente alle dop che stanno andando bene, e un 6% in meno nel secondo trimestre. «Dopo anni di perdite il settore sta dando ottimi risultati - commenta Valerio Pozzi, direttore di Opas, coop che raggruppa all’incirca il 15% dei maiali italiani - bisogna però trovare un equilibrio per evitare che si ricada nella sovrapproduzione con conseguente calo dei prezzi. Sicuramente allevamenti più grandi permettono economie di scala e anche il mercato finanziario aiuta chi vuole investire».

Altra voce rilevante nel migliorare la situazione dei suinicoltori è il crollo dei prezzi dei cereali, che per chi alleva maiali significa vedere ridotta una pesante voce di costo.
 

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