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La suinicoltura rialza la testa, e la spinta arriva anche dalla Cina

Dopo la lunga crisi (in 15 anni numero dei capi diminuito del 20%) aziende più grandi e riorganizzate. In questo modo ecco costi ridotti ed esportazioni verso l’Estremo Oriente aumentate: «Ma evitiamo la sovrapproduzione» 

MANTOVA. La suinicoltura è uno dei settori più rappresentativi dell’economia agricola mantovana. Il nostro territorio ospita quasi l’11% di tutti i suini italiani e secondo i dati della Regione Lombardia (analizzati da Confagricoltura) nel 2015 erano 1milione 300mila i capi allevati in 480 aziende. Al contempo quello suinicolo è anche un settore reduce da anni di profonda crisi, con un drastico calo di capi e allevamenti. Eppure - da Bagnolo a Schivenoglia e San Giacomo delle Segnate - nel 2017 sono venuti alla luce tre importanti progetti in provincia, tra allargamenti e nuovi insediamenti. Che cosa succede dunque al settore? Sta davvero rialzando la testa?


La filiera consente di vendere il maiale ad un prezzo leggermente superiore. Il prezzo, negli ultimi anni, si è mantenuto basso, con una decisa risalita nell’ultimo anno. Nel 2015 si era arrivati ad un prezzo medio di 1,389 euro al chilo, nel 2016 a 1,685 e oggi si rimane vicini a 1,70, a seconda della Borsa merci di quotazione. Il motivo di questa impennata, che da giugno 2016 ad oggi ha reso nuovamente redditizio il settore, è da ricercare nel lontano Oriente. Il mercato cinese, per anni off limits per la carne europea, è andato in sofferenza alla fine del 2015 per la decisione della Repubblica Popolare di sopprimere oltre un milione di scrofe, ammalate. Di conseguenza i cinesi (e anche altri mercati asiatici collegati), hanno dovuto rivedere in fretta i protocolli sanitari che vietavano l’import di carne di maiale, comprando enormi partite di suini dapprima dal nord Europa, e nell’ultimo periodo anche dai macelli italiani.

Una situazione che, secondo alcuni esperti, non durerà a lungo: «Negli ultimi mesi, con il rafforzamento dell’euro sul dollaro, per la Cina sta diventando più favorevole ad acquistare dal mercato americano – spiega Thomas Ronconi, presidente di Anas (Associazione nazionale allevatori suini) - questo può causare il ritorno ad una sovrapproduzione in Europa, dove peraltro la richiesta di carne di maiale negli ultimi due anni sta calando, anche se non in Italia».

Secondo i dati previsionali dell’associazione, nel primo trimestre 2018 in Germania dovrebbe registrarsi un abbassamento dei prezzi del 10% e nel secondo trimestre circa del 7%. In Italia ci sarà una tenuta nel primo trimestre, con un +0,8%, dovuta principalmente alle dop che stanno andando bene, e un 6% in meno nel secondo trimestre. «Dopo anni di perdite il settore sta dando ottimi risultati - commenta Valerio Pozzi, direttore di Opas, coop che raggruppa all’incirca il 15% dei maiali italiani - bisogna però trovare un equilibrio per evitare che si ricada nella sovrapproduzione con conseguente calo dei prezzi. Sicuramente allevamenti più grandi permettono economie di scala e anche il mercato finanziario aiuta chi vuole investire».

Altra voce rilevante nel migliorare la situazione dei suinicoltori è il crollo dei prezzi dei cereali, che per chi alleva maiali significa vedere ridotta una pesante voce di costo.