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Alessandro Pezzali: dal palcoscenico al cinema

Due film di prestigio in pochi mesi per l’attore-simbolo del Teatro Magro

MANTOVA. Un sorriso di Alessandro Pezzali vale il doppio perché il suo viso è di solito cupo, persino un po’ lugubre. Ma quella particolarissima faccia, quasi da anoressico, quello sguardo con occhi sbarrati, è anche la sua fortuna di attore di teatro e ora anche di cinema. Sta infatti per uscire nelle sale, il 30 novembre, il film Riccardo va all’inferno, della regista Roberta Torre, con Massimo Ranieri e Sonia Bergamasco protagonisti. E c’è anche Alessandro Pezzali, in un ruolo che si nota parecchio. Ed ecco il sorriso verecondo e luminoso che Alessandro ci regala per scansare ogni domanda sul film. «Ho firmato che non posso dire una parola». E gli crediamo visto che la stessa cosa ha risposto Massimo Ranieri. L’unica certezza è che Pezzali ha lavorato a Roma per varie settimane.



Se andrà al festival di Torino il film della Torre, che traspone Shakespeare al giorno d’oggi in forma un po’ visionaria, è invece ancora senza data il film su Michelangelo, che Andrei Konchalovsky sta girando in Toscana. Nell’epoca in cui Firenze era dominata dal truce Savonarola, una faccia come quella di Pezzali l’avremmo scritturata anche noi. Ma anche qui silenzio.

Due film in pochi mesi. È una svolta per il protagonista maschile del Teatro Magro?

No, perché il teatro e la mia compagnia rimangono la cosa che mi interessa di più, certo è stata un’esperienza bellissima, mi sono divertito e ho imparato cose nuove. Ovvio che mi piacerebbe essere chiamato per altri film. Fare sia cinema che teatro è il massimo, ti dà un tono come attore di film e può aiutare la compagnia. Semmai si lamentano i miei compagni del Teatro Magro per le troppe assenze.

Dunque felice di fare cinema, ma non si può dire “Pezzali ha fatto il salto”?

Appunto. E poi a dirla tutta avevo già lavorato – diciamo così – nei due film mantovani di Ermanno Olmi.

E cosa facevi?

Nel Mestiere delle armi ero l’aiutante del medico che cura la ferita d’arma da fuoco di Giovanni Dalle Bande Nere, che poi comunque morirà. Sono io che gli applico le sanguisughe, vere sanguisughe! In Cento chiodi, invece, sono il giovane che vende i chiodi a Raz Degan in una meravigliosa ferramenta storica a Bologna. Piccoli ruoli, ma la mia faccia è funzionale alla scena.

E cos’ha la tua faccia che non si dimentica?

Beh, è molto mobile, ma anche bloccata se serve, può essere serissima o stralunata. Ho perso presto dei banali capelli padani, ma ho due occhi...

Alessandro ha 43 anni, figlio di Ireneo, un caporeparto della Montedison piuttosto severo, «ma dolcissimo da quando è in pensione», ha frequentato l’istituto d’arte, oggi liceo artistico, «una gran bella scuola», e poi Conservazione dei Beni culturali a Parma e l’Accademia teatrale Paolo Grassi di Milano. La passione per il lavoro teatrale ha prevalso su tutto,

«Erano anni in cui i ragazzi contestavano le accademie, ma il teatro sperimentale aveva molto spazio, prima era stato molto elitario. E anche dopo un decennio, non è più stato così anche se si è allargato lo spazio per più generi teatrali».

E tu come hai cominciato?

Avevo 13 o 14 anni e frequentavo un gruppetto teatrale alla parrocchia degli Angeli messo in piedi da Flavio Cortellazzi che aveva appena finito l’Accademia Paolo Grassi e iniziava l’attività di regista. Decidemmo subito di chiamarci Teatro Magro, perché eravamo tutti magri e parlavamo poco, volevamo andare subito al centro della questione, all’essenziale, anche a costo di sembrare anaffettivi. Eravamo immersi nella tendenza al minimalismo che si stava diffondendo.

Come siete diventati una vera compagnia teatrale?

Già a fine anni ’90 si è deciso di andare oltre l’associazionismo di volontari e nel 2008 abbiamo fondato una cooperativa. Direi che abbiamo vissuto solo di teatro.

Quando avete capito che ce l’avreste potuta fare?

Nei primi anni ’90 fummo selezionati per Opera prima all’ex Crt, Milano. Creammo uno spettacolo a quadri scenici, come le finestre di Windows. Stava allo spettatore cercare il significato complessivo. Poi vennero Eternit e Fai un salto fanne un altro.

Lavorate con le scuole, ma anche per le aziende. Perché?

Al di là del compenso, ci piace ideare performance per porre l’attenzione in modo tutt’altro che standard, su prodotti che sono l’eccellenza italiana che gira il mondo. Interveniamo in aziende e fiere, anche all’estero, dove si incontrano persone interessanti e così si arricchisce la nostra conoscenza, anche di situazioni e linguaggi diversi.

Persone diverse le hai incontrate anche con Diktat...

Avevamo vinto un progetto europeo nel 2012 con Romania, Spagna e Polonia, tutti Paesi che hanno avuto una dittatura. Abbiamo costruito insieme lo spettacolo, confrontando anche le nostre differenti modalità di rappresentazione e lo abbiamo messo in scena nei 4 Paesi.

Maria Antonietta Filippini
 

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