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Sposa il fidanzato sgradito: rinchiusa e seviziata dai genitori

Castiglione.  Legata a un termosifone e privata del cibo per costringerla a nuove nozze. Il padre e la madre finiscono a processo: patteggiano due anni

CASTIGLIONE DELLE STIVIERE. I genitori l’avevano destinata a un cugino, un connazionale emigrato a New York a fare il tassista. Lei invece aveva preferito il matrimonio d’amore. E durante un viaggio per trovare i parenti in Pakistan, suo paese natale, s’era sposata in segreto con un giovane del posto. Un matrimonio sgradito ai genitori, forse anche perché il ragazzo scelto dalla figlia è di casta inferiore (in Pakistan vige ancora un sistema sociale a piramide simile a quello dell’India). Che fare per rimediare alla situazione?

L’unica, hanno pensato i genitori, era di costringere la figlia a sciogliere il matrimonio appena celebrato e destinarla al marito prescelto. Costringerla non a parole ma, stando al capo d’imputazione con cui sono finiti a giudizio, «sottoponendola a continue vessazioni, costrizioni e umiliazioni di natura sia fisica che psicologica».

Tra gli episodi di violenza per i quali sono stati condannati M. T., 48 anni e la moglie B. R., di 45, (eviteremo i nomi ad esclusiva tutela della vittima) anche il fatto che la ragazza venisse legata al termosifone con una catena per tenerla rinchiusa in casa. I coniugi, che per anni hanno abitato a Castiglione delle Stiviere, prima di trasferirsi in un altro paese dell’Alto Mantovano, ieri mattina – difesi dall’avvocato Luigi Medola – sono comparsi davanti al giudice per le udienze preliminari per rispondere di sequestro di persona e maltrattamenti in famiglia (saltata invece l’imputazione più grave, la riduzione in schiavitù, avanzata nella prima fase delle indagini). Vista la portata delle accuse, ai coniugi è andata fin troppo bene. Hanno patteggiato: due anni all’uomo, uno e mezzo alla moglie.

Ci sono voluti sette anni per arrivare alla sentenza. Anche a seguito del palleggio tra uffici giudiziari: l’accusa di riduzione in schiavitù avanzata in un primo tempo aveva indirizzato l’inchiesta alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia, prima di riportare tutto al tribunale di Mantova.

Padre e madre sono stati accusati di aver rinchiuso la figlia in camera da letto, di averla legata con la catena al termosifone, di averla privata del cibo «al fine di convincerla ad abbandonare il marito, sposato a loro insaputa in Pakistan». Le violenze nei confronti della ragazza, al tempo diciottenne, sono durate mesi. In questo periodo i genitori l’avrebbero anche costretta più volte a parlare con lo sposo designato (il tassista di New York) attraverso videochiamate Skype. Finché un giorno, sollecitata da un’amica che aveva raccolto le sue confidenze, la giovane è sfuggita al controllo dei genitori ed è andata a denunciarli ai carabinieri. Oggi la ragazza, che in parte ha ritrattato le accuse, abita con i genitori e avrebbe lasciato perdere sia il matrimonio pakistano che l’idea di doversi legare all’uomo scelto dai genitori.
 

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