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Migranti a quota 959. Appalti per 12 milioni

Dominano Olinda, Alce Nero e Sol.Co. I centri in provincia di Mantova ora sono cento. Decine di appartamenti presi in affitto: così l’indotto si allarga sul territorio

MANTOVA. Dei migranti arrivati in Italia e nel Mantovano si parla continuamente, ma spesso con poche informazioni. Chi sono? Dove e come vivono? Chi si occupa di loro? Come funziona l’accoglienza? Chi guadagna grazie alla loro presenza? Quali sono i punti critici dell’intero meccanismo? Informazioni ne circolano poche anche per volontà del governo che - spesso per prudenza rispetto a spinte alla scarsa tolleranza - preferisce diffonderle con il contagocce. La Gazzetta prova a fare chiarezza su quanto accade nella nostra provincia con un’inchiesta a puntate che si apre oggi attraverso una prima fotografia di cifre, geografia, soggetti in campo e regole dell’accoglienza.

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QUANTI E DOVE. Nella nostra provincia ci sono 959 richiedenti asilo sulla cui permanenza vigila la prefettura (che fornisce il dato aggiornato al 20 ottobre scorso). Di 57 di loro si prendono cura direttamente gli enti pubblici attraverso il progetto Sprar, mentre gli altri sono affidati a privati (cooperative, società, associazioni del terzo settore) nei cosiddetti Centri di accoglienza straordinaria (i Cas). In sostanza, appartamenti, alberghi, ex hotel o alloggi presi in affitto sul mercato. La distribuzione sul territorio deve tenere conto di una proporzione con il numero di residenti ma è parzialmente anche il frutto delle scelte - spesso dettate dalle circostanze e in ogni caso vagliate dalla prefettura - che i privati si trovano a fare. I migranti sono sparpagliati in 42 dei 68 comuni della provincia (in attesa che Pieve, Revere e Villa Poma diventino a tutti gli effetti un’unica realtà). Circa il 50% (463) è nel distretto socio-sanitario di Mantova (nel capoluogo sono circa 160), seguito dall’Alto Mantovano che ne conta 158; altri 141 nel distretto di Ostiglia, 78 in quello di Suzzara, 65 nel Viadanese e 54 nell’Asolano.

LE COOP DOMINATRICI. A gestire i Cas e dunque i migranti sono i soggetti vincitori dei bandi indetti della prefettura. A loro vanno i 35 euro al giorno per ciascun richiedente asilo e sono loro che, in cambio, devono occuparsi di garantire vitto, alloggio, mancetta di 2,50 euro, corsi di italiano e tutto quanto serve a favorire l’integrazione in attesa che la domanda di asilo venga esaminata dalle autorità preposte (in tempi lunghissimi). A candidarsi e vincere i bandi - proponendosi con personale e strutture - sono soggetti molto diversi. La dominatrice della piazza mantovana è la coop Olinda di Medole, che gestisce ad oggi 412 profughi in provincia (oltre ad altri 128 nel Bresciano e 75 nel Veronese), seguita dal consorzio Sol.Co con 350, 235 dei quali affidati ad Alce Nero.

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Si tratta di cooperative che ormai, a tre anni e mezzo dall’inizio dell’emergenza umanitaria, hanno maturato una specializzazione precisa: sono aziende del settore a tutti gli effetti. Con decine di dipendenti e numeri di bilancio da capogiro (approfondiremo questo aspetto nelle prossime puntate dell’inchiesta). Oltre a loro, ci sono numerose altre realtà assimilabili (cooperativa sociale Hope, Pobic, Caritas e sue emanazione come Abramo Onlus), realtà volontaristiche (Mantova Solidale) e una serie di privati. Basti pensare a casi come l’agriturismo Casari di San Benedetto Po che si occupa di 18 migranti, l’agriturismo Trifulìn di Serravalle a Po che ha l’appalto per 15 richiedenti asilo o l’hotel Garò di Bagnolo San Vito che ne ospita una trentina sistemati tra l’albergo e alcuni appartamenti in paese. In tutti i casi appoggiandosi su reti di imprese o coop.

DOVE METTO IL MIGRANTE? Più il vincitore dell’appalto è strutturato e aumenta il numero di richiedenti asilo da gestire, più è probabile che si rivolga al mercato immobiliare per trovare appartamenti dove sistemarli. Il che significa che, da quei 35 euro al giorno che riceve per ciascun migrante, oltre alle spese per alimentazione, abbigliamento e formazione vanno detratti i costi per l’alloggio. Che raramente sono bassi, perché - raccontano gli operatori - chi accetta di affittare a loro tende ad alzare il canone, trovandosi inevitabilmente dal lato migliore per trattare. Diverse le situazioni di chi ha a disposizione strutture proprie sfitte nelle quali collocare i migranti: in questo caso il margine di guadagno si alza. La gran parte dei migranti vive in appartamenti riservati a poche persone: una precisa indicazione della prefettura per evitare di creare ghetti, favorire il percorso verso l’autonomia e ridurre l’impatto nei paesi. Anche se organizzare le varie attività diventa più difficile. In ogni caso, la parcellizzazione ha anche l’implicita conseguenza di allargare quello che di fatto è un indotto sempre più largo.

I CONTI. La gestione di una quota di migranti vicina al migliaio di unità significa per la nostra provincia un volume economico di circa 12 milioni di euro annui, che finiscono tutti ai vincitori degli appalti (che poi devono naturalmente sostenere le spese). È una cifra figlia dei 35 euro a testa al giorno che - è bene ricordarlo, smarcandosi dalla vulgata - non vanno ai migranti, che possono gestire solo i 2,50 euro di mancia giornaliera e non vivono in hotel, se non quando è un albergatore a decidere di convertire la propria struttura.
 

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