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l'inchiesta

«Una chance da sfruttare I nostri profitti? Il 10%»

La presidente Ughetta Gaiozzi racconta le strategie della onlus di Medole. «L’ondata migratoria un’occasione. Ma la priorità è dare servizi di qualità»

MANTOVA. «La provincia di Mantova è piccola, asfittica, poco aperta a servizi innovativi di welfare: per noi l’ondata migratoria è stata un’occasione da cogliere e l’abbiamo intercettata». Ughetta Gaiozzi, presidente della cooperativa Olinda che ha nella vicepresidente Cristina Rossi l’altro legale rappresentante, spiega apertamente la prospettiva di business rappresentata dall’accoglienza dei richiedenti asilo. E non ha difficoltà a rendere note cifre riservate.

Il vostro fatturato è arrivato a 6,7 milioni lo scorso anno, più che triplicato in un biennio. Qual è il margine di guadagno sui soldi che ricevete dallo Stato per i migranti?

«Circa il 10%, anche grazie alle economie di scala che riusciamo a realizzare con la nostra organizzazione. Lavoriamo tantissimo e, mi creda, c’è da non dormire la notte. Dobbiamo sempre aver presente che il nostro obiettivo è dare un servizio di qualità ai migranti e perciò dobbiamo essere esigenti verso noi stessi. Chi arriva qui è spesso in condizioni molto delicate, magari preferisce un paio di scarpe in più a un corso di italiano, ma il nostro dovere è garantire il rispetto della convenzione con la prefettura e lavorare per l’integrazione».

Avete investito 350mila euro nell’acquisto di immobili. Con quale prospettiva, visto che non potete avere la certezza che l’ondata di migranti proseguirà nel lungo periodo?

«Vero, ma è certo che l’ondata migratoria ha cambiato per sempre l’identità dei nostri territori. Noi siamo convinti che, se anche gli arrivi dovessero fermarsi, ci sarebbe sempre un’utenza di ritorno: situazioni di vulnerabilità come le donne vittime della tratta della prostituzione o le donne solo con bambini avranno bisogno di aiuto a lungo. Lì può sentirsi l’esigenza di soggetti specializzati come siamo noi: l’autonomia di queste persone ha inevitabilmente tempi medio lunghi».

A proposito di tempi lunghi: servono due anni perché un migrante sappia se ha il diritto di rimanere in Italia. Per questo il Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia: il sistema crea la necessità di dare lavoro a cooperative come la vostra, a spese dello Stato. Cosa ne pensa?

«È vero, i tempi sono troppo lunghi e si resta nell’incertezza. Spesso, tra l’altro, le norme arrivano con ritardo rispetto alle esigenze, come dimostra la situazione delle donne vittime di tratta della prostituzione. Io credo che sarebbe meglio dare a tutti una protezione umanitaria di due anni, perché mi sembra difficile negare che ce ne sia bisogno, durante i quali costruire veri progetti di integrazione».

Lei si è arricchita grazie all’ondata migratoria?

«Il vero arricchimento, mio e di tutto il personale che lavora nella nostra cooperativa di cui è socio il 75% dei 250 addetti, è quello professionale. È un’esperienza che ci sta facendo crescere tantissimo. Personalmente guadagno circa tremila euro al mese: ho avuto un ritocco dello stipendio all’inizio del 2016. Sono la presidente di una realtà che fattura 6,7 milioni all’anno e conta, appunto, 250 addetti: non credo sia uno stipendio esagerato».

Nel 2015 siete stati nella bufera per le accuse di alcune profughe da voi ospitate a Nuvolera: lamentavano di non ricevere i servizi dovuti e di essere costrette in casa.

«La situazione delle donne migranti è spesso molto delicata per il rischio di tratta della prostituzione: una circostanza che impone regole severe e quella volta sbagliammo nell’essere troppo rigidi. Ma per il resto le accuse si sono rivelate infondate: abbiamo ricevuto ispezioni dell’Unhcr e del ministero dell’Interno e tutte e due si sono chiuse senza alcuna sanzione nei nostri confronti».(ga.des)
 

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