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emergenza sbarchi: inchiesta/3

Tre anni di gestione dei profughi e i conti di Alce Nero cambiano

Difficoltà economiche alle spalle: in un biennio utili per 380mila euro, oggi 260 migranti in affido. Creata una struttura dedicata. Intese con associazioni, enti e parrocchie per attività di integrazione

MANTOVA. Un bilancio che ha cambiato colore da quando la cooperativa si occupa di profughi, un impegno allargato in una decina di comuni e una gran fatica a favorire l’integrazione. Nei tratti fondamentali Alce Nero - secondo operatore nella gestione dei migranti in provincia - non si distanzia troppo dalla leader Olinda. Le differenze però ci sono sia a livello strutturale (non c’è un’organizzazione paragonabile a quella della coop medolese) che nei servizi, che qui sembrano più propensi ad agganciarsi al tessuto sociale, pur con tutte le problematicità di fondo che resistono.

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I NUMERI. Alce Nero, cooperativa sociale con sede in Valletta Valsecchi, lavora nell’accoglienza dei richiedenti asilo attraverso il consorzio Sol.Co, che partecipa ai bandi della prefettura a nome di cinque coop. La onlus presieduta da Marco De Pietri gestisce 259 migranti, una quindicina dei quali, minorenni, in una struttura a Formigosa. Complessivamente sono undici gli alloggi di Alce Nero, tra cui il centro di prima accoglienza all’hotel Margot di Canneto. La situazione finanziaria della onlus - in passato c’era stata qualche difficoltà - ha cambiato di segno da quando è impegnata sul fronte profughi: fatturato più che raddoppiato in un biennio (dai 2 milioni di euro del 2014 quando iniziò l’attività in questo settore ai 4,8 dello scorso anno passando per i 3,1 del 2015) e utili schizzati dai 22mila euro del 2014 ai 113mila del 2015, fino ai 270mila dello scorso anno. Soldi che restano nelle casse della coop: ad esempio l’utile 2016 è andato per metà al fondo di riserva e per l’altro 50% a copertura di perdite, fondi mutualistici e riserva legale. Qual è il margine di profitto? «Difficile dirlo - risponde prudente il presidente Marco De Pietri - abbiamo strutture che ci consentono di guadagnare tra il 5% e il 15%, altre come il Margot dove servono più servizi e si lavora in perdita».

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LA STRUTTURA. È molto più snella rispetto a Olinda e gode delle sinergie con Sol.Co: una trentina di operatori full time, una manciata di tecnici e una quarantina di mediatori linguistici, spesso a chiamata in base alle necessità (bisogna far fronte a una miriade di lingue e dialetti). Dentro la coop è stata poi creata una specifica direzione migranti, di cui è responsabile Alessandro Ghizzi: ne fanno parte 26 operatori, quasi tutti soci, che si sono sostanzialmente reinventati una professionalità in seguito all’ondata migratoria, pur provenendo da lavori affini. Ghizzi, ad esempio, era stato impegnato per otto anni al dormitorio di via Ariosto, altro coacervo di etnie e fragilità sociali. «Seguiamo continuamente corsi di aggiornamento e studiamo realtà del circuito di Confcooperative – spiega il responsabile – inoltre ci sottoponiamo ad una supervisione continua: ogni venerdì ci riuniamo per discutere i vari problemi e 3-4 volte all’anno partecipa un supervisore esterno in grado di darci consigli».

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LA SCUOLA. Ci sono i corsi di italiano, naturalmente. Per i minorenni della comunità di Formigosa c’è un’intesa con Scuola senza frontiere: «I ragazzi vanno a scuola con il bus, per due ore di lezione al giorno» riferisce Ghizzi. Per gli adulti, ci sono due insegnanti che fanno lezione non nei singoli alloggi ma in strutture (ad esempio sale civiche) dove i migranti confluiscono autonomamente, per 150 ore a testa. Ma la partecipazione? «La frequenza è attorno al 70% - risponde Ghizzi - i casi sono molto diversi e particolari: c’è chi non ha mai visto un’aula o è analfabeta. Non è facile coinvolgere tutti».

UN SACCO DI TEMPO LIBERO. Alce Nero cerca poi di stringere accordi con parrocchie, associazioni di volontariato e sportive e amministrazioni comunali per favorire la partecipazione dei migranti ad attività di volontariato o socialmente utili. È la via preferita per l’integrazione, ma di certo non è sufficiente. Il problema insomma è il troppo tempo libero: un tempo prolungato eccessivamente dai due anni di attesa prima di avere un verdetto definitivo sul riconoscimento dello status di profugo. Da qui la presenza, quotidiana e prolungata, di migranti nei parchi o lungo le strade. Con il rischio - come accaduto ai giardini Nuvolari - che la microcriminalità diventi un’attrazione. «Non so nulla del caso specifico dei giardini Nuvolari - spiega Ghizzi - il nostro impegno per evitare situazioni simili è massimo. Noi organizziamo i corsi di italiano, cerchiamo alleanze con Comuni e associazioni, accompagniamo a fare la spesa e forniamo tv e connessione a internet. Ma non possiamo telecomandare i migranti».
 

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