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Le migranti e la prostituzione. Così gli sfruttatori le controllano

Dall’Africa senza riuscire a smarcarsi dalle organizzazioni criminali tra bugie, minacce e voodoo. Controlli difficili, fino all’addio ai centri di accoglienza: «A Canneto ne sparirono nove in una notte»

MANTOVA. Se ne vedono pochissime in giro. Non solo perché effettivamente le donne sono meno del 20% dei quasi mille migranti ospitati nel Mantovano (se ne contano circa 160) per via della minore libertà di movimento che hanno nel mondo africano. La drammatica ombra che si allunga su di loro è quella della tratta della prostituzione. È un’ombra che non le abbandona nemmeno dopo migliaia di chilometri, al termine di viaggi in condizioni disperate sui barconi: i loro protettori – o gli sponsor, come vengono chiamati – costruiscono in Africa catene talmente robuste da non spezzarsi con la distanza e con percorsi che dovrebbero far perdere i contatti.

E così negli alloggi che ospitano le donne migranti le regole sono più rigide: orari di uscita limitati, in alcuni casi sorveglianza 24 ore su 24 e maggiore necessità di controllo da parte delle cooperative. I cui tentativi di mettere un freno rischiano però di rivelarsi sterili: non si può vietare ad alcuno di allontanarsi dai centri di accoglienza e – stima Ughetta Gaiozzi, presidente della leader Olinda – una migrante su cinque lascia le strutture per andare per la sua strada. Che raramente è una bella strada.

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CHI SONO. Se l’età della maggior parte degli uomini migranti è tra i 16 e i 40 anni, le donne sono quasi tutte più giovani: raramente si va oltre i 26-27 anni e, altro segnale, è difficile trovarne con difetti fisici. Molte arrivano insieme ai mariti e questi sono di solito i casi che lasciano più tranquilli prefettura e gestori (che in ogni caso devono vigilare, perché spesso il matrimonio è una bugia raccontata per favorire l’ingresso e il sedicente marito è il protettore o comunque una figura legata agli sfruttatori).

Il percorso dal cuore dell’Africa passa attraverso Agadez, nel Niger, dove c’è una sorta di centro di smistamento. Da qui in Libia, il paese dove di solito vengono trattenute qualche tempo a vendersi. Poi via sui barconi per attraversare il Mediterraneo fino a una meta che non si può prevedere: se sarà Bolzano o Palermo, Mantova o Perugia, lo deciderà un funzionario ministeriale al momento dello sbarco.

Quale che sia la destinazione voluta dal caso, lo sfruttamento non finirà. È uno sfruttamento a volte preventivato (quando sono le famiglie a vendere le ragazze), altre subito (quando chi le acquista ha fatto credere loro di essere pronto a far vivere una vita migliore in Libia o in Europa).

LE CATENE. Come possono organizzazioni criminali africane controllare che cosa farà una ragazza spedita in chissà quale città? Purtroppo, sono le stesse donne a rintracciare i loro sfruttatori non appena arrivano a destinazione. Al di là dei casi di falsi legami di parentela, le ragazze usano le mancette (2,50 euro al giorno) e la ricarica telefonica che ricevono dal ministero per avvisare sulla loro nuova residenza: è un cortocircuito che porta a utilizzare risorse pubbliche, benché limitate, per tenere vivo un disegno criminoso.

Perché queste donne non sfruttano l’occasione per dileguarsi? Perché non approfittano della distanza che si è messa tra loro e i criminali per sparire? Diverse le ragioni. In alcuni casi perché sanno che, altrimenti, a pagare sarebbero i loro familiari nei paesi d’origine con ritorsioni di vario tipo. Altre volte – racconta ancora Gaiozzi – perché sono convinte che tutto sommato si tratti di sopportare solo per il tempo necessario a raccogliere un po’ di soldi e che, in fondo, sia una vita brutta ma non peggiore di altre che hanno visto vivere alle loro madri nei paesi di origine. «Ma in alcuni casi – riferisce Alessandro Ghizzi di Alce Nero – chi le sfrutta fa leva su convinzioni arcaiche come i riti voodoo, difficilissime da sradicare». O, magari, su dinamiche da setta.

I SEGNALI E LA FUGA. Qualche segnale c’è: quando gli operatori vedono che le donne escono di casa più o meno negli stessi orari, iniziano a vestirsi e truccarsi in modo sospetto o corrono a dotarsi di un telefonino, alzano le antenne. Qui parte la manovra di avvicinamento: con l’aiuto della cooperativa Porta Aperta e della milanese Lule (che si occupa del problema della tratta in tutta la Lombardia), si cerca di far capire alle ragazze che dire no è possibile. Che denunciando si può ottenere il trasferimento in centri secretati a Milano, Varese e Como e portare a casa anche la protezione umanitaria, una garanzia di permanenza in Italia. Raramente la manovra di convincimento ha successo, tra paure, credenze e sfiducia. «Anche perché queste ragazze – aggiunge Gaiozzi – spesso sono abituate ad essere sottomesse e dunque a non riconoscere come un’autorità chi, come noi o la prefettura, non usa violenza ma dialoga. Noi non siamo mai riusciti a convincerne una a denunciare, nonostante i molti casi sospetti». L’autorità spesso si trova nell’alloggio, dove magari una delle donne è il ponte con gli sponsor-protettori.

Tutto tranquillo per qualche settimana, fino a quando la migrante se ne va. Annunciandolo o semplicemente sparendo: due anni fa, da un alloggio di Canneto, mancarono improvvisamente in nove su undici. Le altre dissero di non saperne nulla, ma alla prefettura la situazione fu subito chiarissima: se n’erano andate su ordine di chi le sfruttava, per trasferirsi chissà dove.

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