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Pamela finalmente libera: «La burocrazia una galera»

Riesce a cambiare sesso dopo un calvario durato undici anni. Ma ha dovuto attendere ancora per avere i documenti con il nuovo nome

RODIGO. Le tappe della risalita dall’inferno le ha scolpite nella carne. Una su tutte: il 17 aprile 2015. Su quel lettino dell’ospedale di Pisa Stefano Vighi non esiste più e Maria Pamela ha finalmente il suo vero corpo, quello della donna che è sempre stata. Un viaggio durato undici anni, chiusa in una galera cerebrale: diaforia di genere con inversione psicosessuale totale. Una diagnosi di parole complicate, che non rendono l’idea di quello che questa donna, nata in un involucro sbagliato, ha dovuto affrontare. Da ragazzino deriso per la sua grazia da farfalla, agli sputi dei coetanei impietosi, fino alle botte a sangue di cavernicoli ostaggio di pregiudizi. Ha lottato come una leonessa, Maria Pamela, per liberarsi di muscoli, peli, voce che non erano suoi, fino all’intervento definitivo, due anni e mezzo fa. Ore e ore sotto i bisturi mossi da mani miracolose per la tecnica di riconversione androgina più raffinata del mondo. Una convalescenza dolorosissima vissuta come un cammino verso la libertà.

Maria Pamela ha guadato il fiume, Stefano, per lei mai esistito, ora è sparito anche per gli altri. Ma non per la burocrazia. La legge prevede che si faccia un ricorso in tribunale per il cambio dei dati anagrafici: un passaggio formale, in teoria, che invece ha avuto il suo epilogo dopo più di due anni. La sentenza è stata emessa soltanto il 25 luglio di quest’anno, e Pamela ha avuto la sua carta d’identità a metà ottobre. Due anni in cui questa giovane donna, affascinante con un seno da pin up, gli occhi da cerbiatto e un sorriso che più femminile non si può, è stata perseguitata dai documenti di un uomo. Ancora schiava. «Ci sono stati episodi grotteschi - racconta, con un’ombra che le vela lo sguardo - dall’ironia dei poliziotti nei posti di controllo stradali dopo che ero costretta, ovviamente, a spiegare che ero io, ma che avevo cambiato sesso. La mia vita in trenta secondi». Imbarazzo, disagio, e ancora una volta, il peso del giudizio. «Ancora una volta mi sono trovata a dovermi giustificare, a raccontare cose così intime a sconosciuti, spesso increduli, e posso capirlo». La realtà, inoppugnabile, davanti, ma le carte che dicono altro.

«Il peggio è stato nel campo della sanità. Gli esempi sono decine: quando dovevo fare esami ginecologici mi chiamavano a casa perché la prescrizione era a nome maschile, quindi credevano di aver confuso le richieste. Per un altro esame mi hanno tenuto due ore in attesa allo sportello per accertarsi che Vighi Stefano ero io e che davvero dovevo fare una visita ginecologica».

Ancora mortificata, umiliata, delusa e amareggiata. «Gli impiegati mi chiedevano spesso se avevo una delega per Stefano, credendo che io fossi la sorella, oppure pensavano che io fossi la madre di un bimbo. Una volta, in una sala d’aspetto per una visita oculistica, gremita di gente, sentendo chiamare “Vighi Stefano” mi sono alzata e sono stata subito ripresa dal medico, “signora stia pur seduta, non ho mica chiamato lei, ho chiamato un uomo, non ha sentito?” e io, davanti a tutti, a spiegare la mia vita». Trenta mesi in cui in certi momenti si sentiva come se dovesse vergognarsi, graffi in un’anima già massacrata da un destino ingiusto. «Non voglio fare polemiche sterili, ma lanciare un appello a chi sta più in alto di me, alle istituzioni, perché altre persone non debbano ancora subire altri oltraggi. L’attesa è stata troppa, tanto che quando finalmente ho ottenuto i documenti non sono riuscita nemmeno a gioire, dopo una battaglia durata ventisette anni».
 

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