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Cani, gatti, castori e orsi: nuovi reperti a Monzambano 

Tosina di Monzambano. Previsto uno studio dell’Università di Città del Capo sulle oss. A Cavriana la presentazione dei risultati della campagna di scavi 

MONZAMBANO (Tosina). Non solo un cane di 6mila anni fa. Ma anche un gatto, un castoro, un orso. E indagini che si affinano con tecniche sempre più sofisticate: dal Dna vegetale, agli isotopi che saranno studiati all’Università di Città del Capo, in Sudafrica, alle particelle di ossigeno rimaste intrappolate nei terreni che si spera riusciranno a raccontare il meteo di sei millenni fa. Ma anche misteri ancora da sciogliere: l’assenza totale di reperti umani, la strana uguaglianza delle selci lavorate con quelle ritrovate in Provenza che aprono scenari che potrebbero cambiare la conoscenza della storia antica.

Continua a restituire reperti di eccezionale valore lo scavo archeologico della Tosina di Monzambano, abitata 4mila anni prima di Cristo da una comunità neolitica. E i risultati della campagna 2017, la prima del progetto quinquennale affidato all’Università di Firenze e diretto da Raffella Poggiani Keller, saranno illustrati il 1° dicembre a Cavriana in un seminario aperto a tutti dalle 15 alle 18 ed al quale hanno già dato la loro adesione oltre 50 insegnanti.

Il tema è affascinante: un villaggio di agricoltori, coltivatori ed artigiani che lavoravano la pietra selce e la ceramica, posto su una sorta di antica isola di 50mila metri quadri ed emersa casualmente dal terreno nel 2003 dopo un’aratura. Finora nelle campagne di scavo è stato indagato solo l’1% dell’area restituendo, nonostante questo, il più grande numero di reperti del periodo in Italia. Proprio per questo si è deciso un “salto di qualità” utilizzando tecniche sofisticate di indagine.

A partire dallo studio del Dna vegetale, una tecnica recente dell’archeobotanica che potrebbe rivelare l’identikit di piante come frumento, orzo e farro. E capire quanta distanza genetica c’è con i grani di oggi. Uno studio che si abbina a quello dei pollini e dei gusci di nocciolo che spostano l’orologio dell’indagine sino a 10mila anni fa.

«Le campagne di scavo hanno restituito molti reperti e ossa di animali – spiega Emilio Crosato, il “padre” dello scavo –. Specie rarissime in quella zona, come l’orso, ma anche il gatto. Grazie al sofisticato studio degli isotopi dei denti e delle ossa, oggi si riesce a capire cosa mangiavano e addirittura, dove si alimentavano gli animali». Lo studio dell’Università di Città del Capo si spera riuscirà a ricostruire una sorta di mappa di come si spostavano le mandrie. E questo sarà per la prima volta abbinato ad un altro studio che scenderà nel dettaglio. Attraverso gli isotopi stabili dell’ossigeno contenuti nei carbonati, sali trovati negli strati più antichi dei terreni, si riuscirà a capire il meteo di allora, la temperatura, le piogge, l’umidità.

Restano nell’ombra due “misteri” principali: l’assenza di cimiteri, ma per gli archeologi potrebbe essere trovato in una prossima campagna, e soprattutto la straordinaria somiglianza della lavorazione della selce con quella dei siti provenzali. Perché la lavorazione è uguale a quella trovata in Provenza? «Non lo sappiamo ancora – ammette Crosato –. Le ipotesi sono le più disparate. Forse c’era una sorta di rotta commerciale della selce, forse si spostavano degli “artigiani”, delle maestranze».

Il progetto quinquennale, finanziato per due terzi dalla Regione e il restante da privati e Fondazioni (come la Comunità Mantovana e la Bam) si pone come obiettivo quello dell’apertura di un centro di documentazione a Monzambano ed in prospettiva di un archeopark.
 

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