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Mantova

A casa con il figlio disabile. Licenziata dall’azienda

Veronica era in congedo: ha scoperto di aver perso il posto da un’email

Mantova, mamma licenziata: "Non so perché, ora non ho nemmeno 250 euro al mese" Il suo congedo per assistere il figlio malato poteva durare fino a marzo 2018, ma nel maggio scorso le è arrivata la lettera di licenziamento e ora il 13 dicembre comparirà davanti al giudice del lavoro per il reintegro, assistita dai legali della Uil. Veronica Piras, 33 anni di Castiglione mantovano, lavorava per una azienda di Milano e si occupava di rilevamento prezzi per indagini di mercato. Nel 2013 è nato Nikolas, affetto da atrofia muscolare spinale, che necessita di continua assistenza. Dopo aver usufruito di tutti i permessi maternità, la donna ha chiesto e ottenuto e la possibilità' di assisterlo per altri tre anni al 30% dello stipendio. intervista di Ernesto ManfrèRadio Capital

MANTOVA. La notizia cruda, telegrafica è da indignazione istantanea: mamma licenziata durante il congedo parentale per accudire il figlio di due anni gravemente disabile. Barbarie. Ma l’indignazione da sola non basta a raccontare la storia di Veronica, del marito Viktor, del piccolo Nikolas e della sorella Natasha. Il nodo di rabbia e sconcerto si stringe di fronte alla serenità di questa famiglia così speciale e così normale. Così tenace nella costruzione e nella difesa della sua quotidianità. «Non mi stupisco del licenziamento, l’azienda per cui ho lavorato dieci anni della mia vita è capace di queste cose» scandisce Veronica. Più disincanto che rassegnazione. No, la mamma di Nikolas non lascerà correre, si è rivolta al sindacato (la Uil) e, assistita dagli avvocati Marco Carra e Nunzia Zeida, il 13 dicembre sarà in aula, davanti al giudice del lavoro, per pretendere il reintegro.



Succede ogni giorno. La cronaca recente è piena di mamme licenziate e lavoratori messi alla porta per cinque minuti di pausa di troppo (leggi box). È la faccia deteriore del mercato, il suo profilo più brutto e cattivo. Spietato. Il riverbero arriva fino a Castiglione Mantovano, frazione di Roverbella, dove Veronica Piras vive con la sua famiglia: l’appartamento è al piano terra, c’è una rampa azzurra e oltre l’uscio sei subito dentro casa. Nikolas è steso sopra un cuscino, la testa girata verso la tv che trasmette i cartoni animati, il corpo allacciato alle macchine da fili e tubi. Nikolas, che il 22 dicembre spegnerà tre candeline, è malato di Sma, atrofia muscolare spinale, una bestiaccia feroce che aggredisce il corpo, sfilacciando nervi e muscoli, ma non frena lo sviluppo della mente. Una malattia genetica che obbliga a un’assistenza continua.

La diagnosi arriva al terzo mese di vita di Nikolas, per sua mamma, però, i problemi cominciano quando lui è ancora in pancia. L’azienda vorrebbe spremerla finché può, come per la prima gravidanza, posticipandole il congedo obbligatorio, ma il lavoro è duro: per la società Consulmarketing, con sede a Milano, Veronica gira i supermercati delle province di Mantova, Brescia, Cremona, e spesso sconfina in Trentino. Si occupa di rilevamento prezzi per indagini di mercato, deve leggere con un terminale i codici a barre dei prodotti negli scaffali.

All’inizio, quand’era inquadrata come collaboratrice coordinata e continuativa, riusciva a portare a casa fino a 1.800 euro al mese. Poi, nel 2013, quando la Fornero cancella i cococo, viene assunta a tempo indeterminato, e la paga si asciuga a 800 euro. L’azienda vorrebbe tenerla al lavoro fino all’ultimo, ma un certificato medico attesta che la gravidanza è a rischio e Veronica può starsene a casa. Ignara che da lì a pochi mesi il mondo le franerà addosso e lei dovrà imparare a rimetterne assieme i pezzi secondo una disposizione nuova. Esauriti i cinque mesi obbligatori, la legge le consente di assistere Nikolas per altri tre anni, al 30% dello stipendio, secondo la formula del congedo parentale per i genitori di figli con grave disabilità. Calendario alla mano, Veronica è coperta fino al marzo 2018, ma lo scorso giugno le arriva un’email che brucia come uno schiaffo: la Consulmarketing la sollecita a restituire il materiale di rilevazione, come già richiesto con la lettera di licenziamento del 19 maggio.

Possibile? Eppure lei non ha mai ricevuto alcuna raccomandata o altra comunicazione. Ed è a questa anomalia che si appiglieranno i suoi legali: per legge il licenziamento deve essere scritto. Anche a voler mettere tra parentesi il risvolto etico.

«Solo un’azienda senza scrupoli e coscienza può lasciare a casa la mamma di un bambino gravemente disabile» commenta, amaro, il segretario aggiunto della Uiltucs, Daniele Grieco. «Duecentocinquanta euro al mese non ci cambiano la vita, ma sono utili – interviene il papà di Nikolas, Viktor Kuqi, 36 anni, in Italia da 20 – Il fatto è che dopo i tre anni, avremmo chiesto il congedo straordinario biennale, retribuito al 100%, e 800 euro sì che fanno la differenza». Soldi rimborsati all’azienda dall’Inps, per inciso. Altro particolare: nel 2015, di fronte all’incerta prospettiva di un cambio di datore, Viktor sceglie di lasciare il posto a Verona, ottenendo, insieme al tfr, una piccola buonuscita e un anno di mobilità. Quindi, da maggio allo scorso settembre, lavora al Consorzio di bonifica di Pozzolo, con un contratto a termine che spera di replicare.

Fin qui la cronaca. Il resto, ciò che conta, è nell’espressione di Veronica e Viktor quando raccontano delle parole della fisioterapista Chiara Mastella, coordinatrice del Servizio abilitazione precoce all’Ospedale maggiore di Milano: «Dopo la diagnosi ci disse o lasciate che la malattia si porti via Nikolas nel giro di pochi mesi, oppure v’impegnate ad accudirlo e tenerlo in vita con respiratore e sondino gastrico».

Hanno scelto la seconda soluzione, e ogni giorno s’affannano a coltivare il loro spicchio di normalità. L’asilo di Nikolas, un nuovo farmaco, la sorpresa grande di un sorriso piccolo, il coraggio di Natasha. I viaggi, il mare della Sardegna, il verde di Parco Sigurtà. Il calore della famiglia e la solidarietà del paese.
 

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