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Più tempo e meno smog. Il lavoro si fa anche da casa

Esperimento di smart working per tre giorni al mese in nove aziende mantovane. Da Corneliani alla Thun, il bilancio è positivo. E anche il Comune ci sta pensando

MANTOVA. Se un giorno alla settimana si lavorasse da casa, pensate quanto inquinamento in meno. È lo smart working, che dà vantaggi ai dipendenti, ma anche alle aziende perché la maggiore autonomia rende più propositivi e fa crescere la produttività. La parola chiave è fiducia reciproca.

Se n’è parlato al convegno “Smart working si può fare. Le aziende mantovane si raccontano”, aperto ieri al Mamu dal presidente della Camera di commercio Carlo Zanetti, organizzato dal Comitato imprenditoria femminile, guidato da Annick Mollard, e da PromoImpresa, con la consulenza di Variazioni.

Per un anno nove aziende mantovane, grandi e micro, hanno sperimentato lo smart working per cento lavoratori, tre giorni al mese. Da luglio una delle leggi Madia prevede il “lavoro agile” e da novembre c’è la circolare Inail. Bastano accordi individuali, da caricare sul portale del ministero del Lavoro; per l’assicurazione Sonia Zoppi (Inail Lombardia) la classe di rischio resta quella dell’ufficio. Non copre gli incidenti domestici. Accordi sindacali, territoriali o aziendali, sono possibili, ha spiegato Andrea Donegà, Fim Cisl Lombardia: «Ne abbiamo firmato uno alla Siemens».

Il progetto continuerà: «La Regione ci finanzia, come ha confermato Filippo Scagliarini dell’Ats Valpadana, e allargheremo a imprese cremonesi» spiega Annick Mollard. «Per questo progetto, che è un unicum, il Giro d’Italia delle donne che fanno impresa ha fatto tappa a Mantova» annuncia via skype da Roma Monica Onori di Unioncamere.

Thun, con il suo centro di logistica, dopo questa esperienza ha deciso di mettere a sistema lo smart working per i risultati positivi, spiega Monica Didonè, che porta un video di interviste a manager e lavoratori. Corneliani, chiarisce Claudio Ceraico, passando da azienda di famiglia a manageriale punta sulla responsabilizzazione: «Per il lavoro a casa volevamo tre giorni di preavviso, hanno chiesto di ridurli a uno e abbiamo accettato. Su 600 dipendenti abbiamo coinvolto i 200 non in catena di produzione. Stare a casa un giorno per chi viene da fuori è importante e lo smart working ci dà un’immagine di azienda evoluta che attira i giovani migliori».

Giuliano Annibaletti dice che da Charta lo smart working si faceva già, «ma oggi ha più dignità e sicurezza». Non è solo un aiuto alle mamme, riguarda uomini e donne e spesso è servito per concentrarsi come non si riesce in ufficio. Lo assicurano sia la dirigente informatica di Tea, Simona Borgonovi, che Simone Alberini di Af, maglieria con otto persone di Gonzaga: «Per fare i cataloghi e il sito devo isolarmi. Ma una addetta alla produzione ha applicato le etichette a casa».

«La difficoltà maggiore – racconta Barbara Guiducci, di Cisaplast di Suzzara – è stata convincere mio padre che i lavoratori vuole vederli tutti al loro posto».

Replica, che opera in Italia con trecento persone, «il lavoro a distanza l’aveva per forza di cose – spiega Ferruccio Montresor – ora abbiamo un regolamento, che tratta anche della sicurezza».

Simona Petacchi di Variazioni illustra i dati: durante la sperimentazione sono stati risparmiati 30mila euro, ogni lavoratore ha speso 13,50 euro in meno al giorno fra trasporto e baby sitting, e un’ora di tempo, che ha dedicato per tre quarti ancora al lavoro. Inoltre cielo più pulito: dieci tonnellate di anidride carbonica in meno. Un dato apprezzato dall’assessore Andrea Caprini: «Si potrà fare con i dipendenti comunali. Voglio pensarci».

Lo smart working richiede un cambio culturale, conclude Arianna Visentini di Variazioni. «Altrimenti finirà come part time e telelavoro».

Maria Antonietta Filippini


 

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