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Nel Mantovano "bruciati" 933 euro a testa nelle macchinette

L’allarme dai dati del rapporto “Italia delle slot”: tutti i dati in provincia e le iniziative dei sindaci, che non sembrano arginare un fenomeno in espansione

MANTOVA. La mappa ci consegna uno Stivale consumato, l’immagine di un paese di risparmiatori trasformato nello spazio di pochi anni in una nazione di giocatori compulsivi, con la regia di uno Stato incosciente. E dentro questa geografia povera, rovinata, ci sta a pieno titolo la provincia di Mantova, dove nel 2016 si sono spesi più di 385 milioni di euro in videolottery (collegate a un server centrale) e awp, acronimo spigoloso che sta per “amusement with prizes”, apparecchi elettronici che erogano vincite in denaro. In una parola, per semplificare: slot machine, che nei confini della nostra provincia superano quota tremila. Trecentottantacinque milioni significa una spesa pro capite di 933 euro (in linea con la media nazionale), che grava sulla testa di ogni mantovano, bambini compresi.
 


 

Giocate pro capite comuni della Lombardia

 

Classifiche top 20
comuni della provincia di Mantova per giocate pro capite



I costi
 

Le cifre, dunque: a completare il quadro della provincia sono i 384,5 milioni di euro che i Monopoli annotano alla voce “vincite”, e Fiasco corregge in “rimborsi più vincite”, perché in parte ripagano la spesa per il tagliando o la moneta data in pasto alla macchinetta: a fissare una percentuale di restituzione è la legge (l’80% circa), ma la distribuzione è capricciosa. Peggio, gli euro delle vincite sono un investimento per l’Erario e per i concessionari, che avendo assottigliato le quote trattenute, devono moltiplicare i giocatori. «Le vincite servono a gratificare e mantenere alta la propensione a ritentare» avverte Fiasco.

 

Slot, l'inchiesta nazionale: 95 miliardi spesi nel gioco d'azzardo

 

Così dei 510 milioni spesi in azzardo nel 2016 nella nostra provincia, l’Erario e i concessionari se ne sono spartiti 126 (la perdita complessiva dei giocatori). Il dato di Mantova è un riflesso di quello nazionale, una larga scheggia dei 96 miliardi di euro spesi nel 2016: nel 2000 erano 12. In 16 anni s’è rovesciato l’orizzonte, passando dall’evo del Totocalcio e della Lotteria di Capodanno, rispetto ai quali non si conoscevano giocatori patologici, all’azzardo industriale, basato non più sulla concentrazione di grandi premi – o perdi tutto quello che hai giocato o vinci assai – ma sul frazionamento delle vincite, sullo sfarinamento della restituzione. Meccanismo perverso che genera dipendenza e obbliga oggi a ragionare in termini di riparazione dei danni, almeno di quelli più vistosi.

 

Classifiche top 20
comuni della provincia di Mantova per giocate pro capite



Dodicimila malati di azzardo
 

Adottata dall’allora sindaco Nicola Sodano nel marzo 2015, l’ordinanza che zittisce le macchinette nelle ore centrali della giornata, autorizzando l’azzardo dalle 9 alle 12 e dalle 18 alle 23, ha resistito a ricorsi e appelli, convincendo il Consiglio di Stato. Ma, confessa l’assessore al welfare Andrea Caprini (in foto) un «senso di apprensione»: a preoccuparlo sono i dati del Servizio territoriale per le dipendenze (Serd): se nel 2014 i malati di gioco in cura nel distretto di Mantova erano 47, l’ultimo dato ha aggiornato la cifra a 71. Quasi il doppio «e sono solo la punta dell’iceberg». La conferma arriva dal responsabile del Servizio, Marco Degli Esposti: soltanto il 5% dei ludopatici ammette di avere un problema e accetta di affrontare un percorso per affrontarlo. Tradotto, nella nostra provincia il numero dei malati d’azzardo è stimabile tra i 10mila e i 12mila.



I dati in provincia


Nonostante la strenua lotta alle slot dichiarata dal sindaco Alessandro Beduschi e dalla sua amministrazione, Borgo Virgilio, grosso centro alle porte della città, con quasi 15mila abitanti, entra nel top ten dei comuni italiani per spesa pro capite in videogiochi. Si piazza per l'esattezza al 76esimo posto, con 15,2 apparecchi per mille abitanti, con una spesa pro capite di 3430 euro l'anno  a testa. Importante anche il dato di Sermide Felonica: 13,8 slot totali per mille abitanti, 2027,5 euro a persona, 238esima posizione nella classifica dei comuni italiani con maggior numero di videogiochi a pagamento. Colpisce infatti come proprio i comuni piccoli, sotto i diecimila abitanti, abbiano un'incidenza di "malati di gioco" piuttosto alta.

 

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Slot, l'Italia brucia 49 miliardi nelle macchinette

Gratta e vinci, lotterie, superenalotto, scommesse sportive, lotto, macchinette, gioco online, ippica, bingo: nel 2016 gli italiani hanno speso 95 miliardi nel gioco, oltre la metà solo in slot machine e videolottery. Pari a più di due manovre finanziarie. La Lombardia è la regione che spende di più, seguita da Lazio e Veneto. L'Abruzzo è la regione con la maggiore densità di apparecchi. Prato è la provincia italiana con la giocata pro capite più alta. Tutti i dati nell'inchiesta del Gruppo Gedi

 

Oltre Medole, si veda per esempio il caso di Casaloldo, 2600 abitanti, 12,3 slot pro capite, per una spesa di 1975 euro (254esima posizione). Altri dati disponibili, quelli di Porto Mantovano (senza fasce), dove dal 2015 al 2016 la spesa è lievitata da 13,3 a 15,2 milioni (+14%), con un consumo procapite di 927 euro e di oltre 2.200 euro a famiglia. E poi c’è il caso limite di Medole, il più piccolo dei Comuni citati, che conta poco più di 4mila residenti e una spesa di 5,6 milioni, che fanno 1.386 euro a testa, e più di 3.500 a famiglia. Concentrandosi solo sul denaro, però, si rischia di perdere per strada l’altra variabile: il tempo di vita necessario a giocare tutti questi soldi. Nel 2016 gli italiani hanno buttato via 492 milioni di ore. Nulla potrà mai ripagarle.

 

Classifica delle province della Lombardia per giocate pro capite

 

Classifica delle province della Lombardia
per apparecchi per mille abitanti



Le strategie anti slot


Tra le strategie messe in campo dai sindaci, la compressione degli orari di gioco, le fasce che obbligano i concessionari a rispettare una punteggiatura. Così ha fatto anche Gonzaga, che dal 2015 al 2016 ha visto la spesa in azzardo calare da 6,2 a 5,2 milioni (circa), con una quota procapite di 531 euro e a famiglia di 1.420, ma applicata a macchia di leopardo la misura non funziona, sposta il problema di qualche chilometro, come rileva Elisabetta Galeotti, vicesindaco di Gonzaga, unico Comune del suo distretto a limitare gli orari di gioco. Lo stesso Fiasco, però, avverte del rischio di imporre un’omogeneità che non tenga conto delle differenti caratteristiche di territori anche confinanti.
 


 

La storia: "In dieci anni ho bruciato più di 200mila euro"

Cinquantenne, mantovano, impiegato con un lavoro fisso. In dieci anni ha bruciato più di 200mila euro. Lo stipendio mensile finiva tutto nelle slot machine e per il pranzo e la cena andava spesso a bussare dai genitori pensionati. Mario (nome di fantasia) oggi gioca ancora, ma in maniera consapevole e contenuta. Dopo sei mesi di terapia al Serd il suo conto in banca, prima tutto prosciugato dai videopoker, ha ripreso fiato. Quella che segue è una sua riflessione, il racconto del suo stato d’animo, prima e dopo. Confesso: sono stato un giocatore e ritengo di esserlo ancora. Questo saperlo, per uno dei misteriosi paradossi della vita, ha finito per salvarmi, anziché perdermi. Anche perché, a perdermi, e perdere, sono stato bravo, tanto, e non solo in denaro, in affetti stima di me e vita, ma, me ne sfugge ancora il “perché”. Ed è un “perché” che, forse, non troverò mai. Come, non ritroverò mai, di questo son sicuro, la cosa più preziosa che avevo, barattata con una stupida speranza di vittoria: la mia innocenza, l’innocenza del bambino che gioca. Stasera, ho deciso di raccontarvi di “Certe sere”, quelle sere che io ho vissuto e che, vi auguro, voi non abbiate mai il caso di vivere. Certe sere, sono, per noi, le più tristi del mondo. O meglio, sono quelle nelle quali tutta la tristezza del mondo ci cade addosso. 
 

Slot machine. La testimonianza di Mario, giocatore d'azzardo

E ci sentiamo veramente soli. Sono le sere che cadono di venerdì o di sabato, le sere nelle quali vorremmo che un amico ci chiamasse, per un cine, o una pizza, (quanto sono tristi il cine o la pizza da soli), o, semplicemente, per dirci che la sua squadra del cuore ha perso, e lui si sente triste, o ha litigato con la donna e cerca una spalla su cui piangere (figuriamoci, noi tifiamo per un’altra squadra che, quando perde, nessuno ci chiede se siamo tristi e la donna non ce l’abbiamo più). Certe sere, finiamo per odiare il telefono che non squilla (la chiamata che attendevamo, e che ci ha dato tanta ansia, ora lo sappiamo, non arriverà mai, e lei (lui) chissà dov’è, e che ci lascia soli, in balia del nostro rumoroso silenzio, un silenzio che ci possiede e dobbiamo nascondere, tanto da rispondere a nostra madre, che ci chiede «Cos’hai»?” «Nulla». E il telefono tace e noi lo odiamo, perché anche lui è un amico assente.
 

Certe sere non vale andare a farsi una pizza da solo o a vedere un cinema da solo o passare ore a giocare ad uno stupido solitario che nemmeno ti fa vincere. Certe sere ti rendi conto che il solitario che stai giocando è la tua vita. E lo giochi per non sentire il dolore, quel dolore che è divenuto il tuo tempo e ti acceca e ti toglie il respiro. Ma almeno ti dà un senso. Certe sere, sono proprio le sere in cui avresti bisogno di dire a qualcuno di lui, di questo dolore dalle braccia di pietra, ma sono proprio le sere in cui il telefono tace e non trovi nessuno. E quello è l’unico abbraccio che ti è rimasto. Certe sere sono proprio lo specchio esatto dei tuoi giorni (e tu non lo vorresti), giorni che finiscono per essere lo specchio esatto della tua vita (di quella passata, di quella futura e tu non lo vorresti), una vita con una sola prospettiva: la solitudine. Certe sere sai che non è più un gioco, ma devi giocare lo stesso, perché altri giochi non hai. E credi che non te ne restino altri possibili. Certe sere (come, certi giorni) pensi che non hai altro che quel dolore di pietra, che ti stringe fra le sue braccia. Che ti fa camminare con le sue gambe. Ed arrivi a pensare che siano le uniche braccia, le uniche gambe che ti meriti. Certe sere pensi di non meritare altri abbracci. Certe sere (anche se non ti piace), somigliano troppo alla tua vita. Allora, pensi di non poterle mai più cambiare. 


 

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