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Messaggi manomessi. Cade la prima accusa a Palazzi

I periti smascherano la Nizzoli: chat erotica ma senza ricatti. Poi lei confessa. Fasolato chiede l’archiviazione per il sindaco, ora indagata la vicepresidente

MANTOVA. Svolta a sorpresa nell’inchiesta a carico del sindaco Mattia Palazzi: i messaggi nei quali avrebbe fatto pressioni nei confronti di Elisa Nizzoli per avere favori sessuali per non ostacolare l’associazione di cui la 38enne di Marcaria è vicepresidente (la Mantua me genuit) non esistono. La prova - secondo l’Ansa – è stata fornita alla procura dalla società bresciana 4EN6LAB, incaricata come consulente, e giovedì pomeriggio la stessa Nizzoli ha confessato nel corso di un nuovo interrogatorio. In sostanza: vera la lunga chat erotica, vero lo scambio di messaggi con foto intime, ma inesistente l’utilizzo da parte del sindaco del proprio ruolo per ottenere favori sessuali.

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La Nizzoli, prima di inoltrare all’amica Cinzia Goldoni quei messaggi del sindaco poi finiti nell’esposto di Longfils, ne ha corretti tre inserendo così elementi che avevano fatto ipotizzare alla procura la tentata concussione. Ora è la vicepresidente ad essere indagata per false informazioni fornite ai pm nel corso del primo interrogatorio e all’inizio del secondo. Per il sindaco, invece, Manuela Fasolato ha chiesto l’archiviazione. Particolare sottolineato ieri dagli inquirenti: né la Goldoni né Longfils erano al corrente della manomissione.



La vicenda giudiziaria di Palazzi invece resta aperta, perché rimangono in piedi l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio per la gestione dei contributi alle associazioni (nel mirino non c’è la Mantua me genuit) e l’indagine sul peculato per l’uso dei messi comunali. Ma il quadro per Palazzi è sicuramente nettamente migliorato, perché l’accusa più grave è caduta in soli trenta giorni. Anche se toccherà al giudice decidere, in udienza preliminare, se disporre il processo per il sindaco nonostante il parere del pm.

 

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L’INDAGINE SPRINT. Un mese esatto, dal 22 novembre al 21 dicembre: tanto è durato l’incubo per il sindaco. Che è stato l’oggetto di un’indagine particolarmente rapida: solo 18 giorni dall’esposto di Longfils al blitz a casa Palazzi per sequestrare telefono, tablet e pc, altri 30 per arrivare a ribaltare la situazione scagionando il sindaco e inguaiando la Nizzoli.

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Una rapidità con pochi precedenti, segno della volontà della procura di arrivare in fretta all’accertamento della verità. Così come, evidentemente, la Fasolato e il sostituto Donatella Pianezzi, stimolate anche dal legale Giacomo Lunghini, hanno voluto indagare in più direzioni. Fino ad avere in mano la perizia della società bresciana e, successivamente, la confessione della Nizzoli.

I NODI APERTI. Il primo tema che rimane aperto è l’indagine sui contributi alle associazioni per la quale c’è l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio da parte del sindaco: è un filone parallelo a quello della tentata concussione, nel senso che nasce a margine della vicenda ora smontata ma non riguarda la stessa Mantua me genuit. Sul tema, i carabinieri del nucleo investigativo e la procura sono ai primi passi dell’inchiesta, dunque i tempi potrebbero non essere altrettanto rapidi.

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L’altro interrogativo che rimane sul tavolo è perché la Nizzoli abbia voluto diffondere messaggi falsificati (e, tra l’altro, difendere a spada tratta il sindaco subito dopo l’apertura dell’inchiesta). È stato un interrogatorio drammatico quello di giovedì, al termine del quale la donna ha ammesso di aver modificato i messaggi: ha preso quelli ricevuti dal sindaco, li ha copiati, incollati, aggiustati e inviati all’amica.

Quelli a sfondo sessuale c’erano, ma non costituivano ipotesi di reato. Quelli del ricatto, erano falsi. Perché costruirli? La Nizzoli è stata incitata da qualcuno, ha fatto tutto da sola e, in ogni caso, per quale scopo? A queste domande al momento non ci sono risposte. Dal comando dei carabinieri filtra una sola certezza, ribadita con insistenza: la Goldoni e Longfils erano ignari della manomissione. La storia non è chiusa.
 

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