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Mondadori, l’incantabiss: da Ostiglia creò un impero

Il racconto di Franco Chiavegatti: con la sua voce suadente leggeva le didascalie dei film muti. Poi la redazione del mensile “Luce” e il lavoro in tipografia, dove tutto cominciò

OSTIGLIA. Chi era Arnoldo Mondadori prima di diventare un grande editore? Un incantabiss, incantatore di serpenti. Metaforicamente. Aveva una voce bellissima e sulle note di qualche pianoforte o grammofono leggeva in falsetto le didascalie dei film muti che i fratelli Gino e Ottorino Protti proiettavano nei teatri e nelle sale cinematografiche a Mantova (Bios, Teatro Andreani) e a Ostiglia (teatri Sociale e Politeama) nei primi anni del ‘900. Un dono sonoro che Arnoldo userà negli anni a venire incantando scrittori, poeti e intellettuali attraendoli nell’orbita della sua casa editrice ostigliese, che poi si espanderà a Verona e a Milano diventando un impero editoriale, una corte internazionale della cultura.

Per il momento, tornando all’inizio del secolo breve, le pellicole erano di facile combustione, col rischio d’incendio sempre in agguato e infatti al Teatro Sociale di Ostiglia l’autodafé divampò mentre Ottorino Protti era alla manovella, Francesco Paganini alla cassa e il nostro Mondadori commentava a voce lo scorrere dei fotogrammi. Si salvarono tutti.

Arnoldo, classe 1889 – nato a Poggio Rusco di passaggio per poi finire con papà e mamma a Gazzo Veronese e a Revere – faceva anche il garzone nella drogheria di Giuseppe Pinotti a Ostiglia, centro in cui la famiglia si stabilì nel 1897 (il padre aprì un’osteria), nonché l’ambulante che con un carretto tirato da un asino girava per le corti di campagna a vendere di tutto. Spirito imprenditoriale fin dai primordi. Negli anni 1906-1907, giovane socialista, aveva assunto la carica di caporedattore del mensile Luce, fondato insieme con un gruppo di amici e compagni, stampato prima a Mantova dalla Tipografia dell’università popolare e, con il terzo numero, a Ostiglia dalla tipografia Manzoli, dove Arnoldo lavorava come garzone, gratis per farsi le ossa – che divennero al tempo stesso duttili e forti come il piombo tipografico – e i polmoni che presero a pompare l’ossigeno della carta stampata e degli inchiostri.

Poi arrivò il benefattore sotto forma di direttore di banca: Francesco Pasini aiutò Arnoldo a rilevare l’attività tipografica dei fratelli Manzoli. E la luce fu. Tornando alla Luce socialista, c’è da dire che non si trattava affatto di un foglio locale perché nei suoi due anni di vita accolse le firme di Enrico Ferri, Camillo Prampolini, Tomaso Monicelli (futuro padre del grande regista Mario con cui Arnoldo si imparentò) e altri bei nomi del socialismo nazionale.

A raccontarci tutto questo è Franco Chiavegatti (ostigliese, nato nel 1949, professore di storia e filosofia al liceo classico di Ostiglia, da quattro anni in pensione) nel secondo volume di Palazzi, famiglie ostigliesi e Mondadori nel primo Novecento edito da Sometti (il volume numero uno uscì nel 2013). Un prelibato assaggio del piatto che ci servirà l’anno prossimo con un libro dedicato completamente a Arnoldo Mondadori, utilizzando anche documenti inediti.

«Centinaia e centinaia di carte e documenti – dice Chiavegatti – reperiti in archivi pubblici e privati. Tra i privati, in particolare quello di mio suocero, Jenner Negri, recentemente scomparso, un appassionato ricercatore che ha dedicato una vita a cercare e trovare documenti, acquistandoli da privati e nei mercatini».

Che archivi pubblici ha frequentato Chiavegatti? «Quelli di Stato di Mantova e Bologna – risponde – poi il Nazionale di Roma, l’archivio della Camera di commercio di Mantova, l’Archivio storico comunale di Ostiglia». Dopo avere rilevato la Tipografia Manzoli l’avventura editoriale di Mondadori decolla con la collaborazione di Tomaso Monicelli, direttore della prima collana La Lampada dove scrivono autori affermati. Poi l’attività si fa sempre più intensa. Il resto lo sappiamo tutti: ce lo dicono libri su libri e enciclopedie di carta e online.

Il curriculum di studi di Mondadori non andò oltre la quinta elementare, che a quei tempi non era poi male. La mamma era preoccupata perché il suo Arnoldo, per leggere di sera, consumava troppe candele, e “li candeli li costa e la matina an go pu gnent”, diceva. Cosa avrebbe fatto Arnoldo da grande? Sconsolata la mamma: “Mi an so minga cusa al vol adventar”. Lui sì, lo sapeva. E c’è riuscito.

Gilberto Scuderi
 

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