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Assolto dal giudice, ma arriva l'interdittiva antimafia

Parla l'imprenditore, che contesta il provvedimento della prefettura: mai avuto rapporti con la camorra, lo dice la sentenza

CASTEL D’ARIO. Quando, un mese fa, i carabinieri hanno suonato alla porta, ad Andrea Penitenti è sembrato di sprofondare nello stesso pozzo nero da cui la sentenza di assoluzione del tribunale di Napoli lo aveva estratto. “Interdittiva antimafia”: ancora quella parola, mafia, con cui l’imprenditore di Castel d’Ario, titolare di una fiorente ditta di trasporti che dà lavoro a più di 60 persone, giura di non aver avuto mai nulla a che fare. Arrestato nel 2015 con l’accusa di aver dato copertura a Raffaele Iovane, un personaggio di spicco della cosca camorrista dei Limelli, e di essere stato suo complice in un’estorsione, è stato scagionato. Con formula piena per l’estorsione, «non esisteva neanche una vittima», e per prescrizione per quanto riguarda l’accusa di false dichiarazioni in atto pubblico sull’assunzione di Iovane. Un reato, tra l’altro, punibile con un’ammenda. «Il tribunale non l’ha neanche presa in considerazione. Io non immaginavo che è la prassi per non pagare il risarcimento. Credo che sia la prescrizione il motivo dell’interdittiva».Penitenti, sconcertato, sta già preparando il ricorso al Tar, ma intanto, da quando è emersa la notizia del provvedimento della Prefettura, che pure ha un intento cautelare, il telefono della ditta suona in continuazione. «I clienti ci chiedono se continuiamo a lavorare, sono tutti preoccupatissimi. E sconvolti: perché chi mi conosce sa che non ho niente a che fare con la criminalità».

L’imprenditore, carte alla mano, spiega che Iovane arrivò alla Penitenti, nel 2007, per la legge che impone alle ditte con più di 35 dipendenti di assumere una persona per il sociale. «Lo conosceva un trazionista che lavorava anche per me, Tommaso Vitaglione.Mi disse che era stato in carcere con suo fratello e un lavoro gli sarebbe servito per riprendersi. Io non sapevo per che reati era in cella. Fecero tutte le pratiche al tribunale di sorveglianza». Tutto in regola, se non fosse che la patente di guida necessaria a Iovane, che era andato a vivere in un appartamento affittato a Vitaglione, non arrivava mai. «A me serviva un autista, quindi, di comune accordo, a novembre del 2008 venne licenziato». Perché allora Penitenti venne coinvolto nell’inchiesta? «Perché Iovane mi nomina in un’intercettazione. Suo figlio era stato beccato dalla polizia a Benevento con 30mila euro in tasca. Lui si lascia scappare la notizia con Vitaglione, che economicamente lo stava aiutando credendolo un nullatenente. Quindi, per giustificarsi, gli dice che quei soldi erano il frutto di un recupero cambiali per me. Ma quelle cambiali, come il giudice ha capito subito, non sono mai esistite. Infatti mi ha assolto in pochi minuti. Credevo che l’incubo fosse finito, invece questa storia sembra non avere mai fine».
 

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