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IL CASO FAMAC-MANTOVAGRICOLTURA

«Avrebbero potuto inquinare ancora». Sigilli ai macchinari 

Metalli pesanti e falda a rischio: dall’inchiesta un quadro più grave di quello emerso dai test comunali. Il sindaco Chizzoni: «Mi riferirono di pozzanghere verdi e rosse quando pioveva. Ora chi pagherà la bonifica?»

RIVALTA SUL MINCIO. Rifiuti impastati con altro materiale per renderli irriconoscibili all’occhio di estranei, e poi ammonticchiati sulla proprietà dell’azienda e lì lasciati, sulla nuda terra, esposti alle intemperie. Secondo gli inquirenti che si stanno occupando del caso Famac-Mantovagricoltura a Rivalta sul Mincio, l’attività di gestione illecita dei rifiuti di cui sono accusate le due delle due aziende avrebbe potuto continuare ancora. Per questo  tra i beni ai quali la Guardia di Finanza ha apposto i sigilli, ci sono anche macchinari usati per la miscelazione di materiali.

A completare il quadro, il sequestro a disponibilità finanziarie e patrimoni per oltre quattro milioni, considerati come potenziale illecito guadagno di questa gestione non autorizzata e irregolare dei rifiuti. In sostanza: io azienda mi assumo l’incarico di smaltire certi rifiuti e mi faccio pagare per questo, ma anziché provvedere allo smaltimento corretto e ai suoi costi, decido di guadagnarci liberandomi in modo irregolare di quei materiali.
Un danno prima di tutto all’ambiente, ma anche alle aziende di smaltimento che si vedono scavalcate da offerte low cost di chi non rispetta le regole. Ma certo quello che preoccupa di più la gente e le autorità di Rivalta e non solo  sono i possibili danni ambientali, in particolare alla falda acquifera. Il comunicato della Fiamme Gialle lo mette nero su bianco: sussiste il pericolo concreto e attuale di contaminazione delle acque sotterranee.

Due gli elementi che preoccupano: la vicinanza di quella massa di 130mila tonnellate sequestrata nell’aprile del 2016 al canale Goldone, che confluisce nel Mincio, e il fatto che proprio in quell’area da circa 37mila metri quadri la falda è alta, dunque basta attraversare pochi metri in profondità per raggiungerla. E questo potrebbe essere avvenuto con il percolato, cioè il liquido colato dai rifiuti che, riferiscono gli inquirenti, erano lasciati a terra senza alcuna protezione.


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Se questa è la cornice, non lasciano certo tranquilli le immagini rievocate dal sindaco Gianni Chizzoni, «di pozzanghere rosse e verdi quando pioveva», come riferitogli da cittadini. Racconti che innescarono la decisione del Comune, prima del blitz del 2016, di compiere alcuni prelievi e di farli analizzare, scoprendo così la presenza di elevate concentrazioni di metalli pesanti, tra cui piombo e mercurio. «Scarti di fonderia – disse a suo tempo il vicesindaco Marco Zen – contengono metalli pesanti e sostanze tossiche». Analisi inoltrate a procura, Arpa, Ats, e gli altri enti di competenza. E che gli esiti dei nuovi campionamenti, fatti eseguire stavolta da procura e Fiamme Gialle, hanno più che confermato. Anzi: il quadro emerso dalle nuove indagini apparirebbe «molto più preoccupante ed esteso» di quanto mostrato dai test comunali.

Intanto le difese dei cinque indagati (uno della Famac, quattro di Mantovagricoltura) sono al lavoro sulle carte. Il legale di Mantovagricoltura, Paolo Colombo, ribadisce che l’azienda ha operato in modo regolare ed era (ed è) in possesso di tutte le autorizzazioni necessarie per operare nel settore. Sullo sfondo, l’sos del sindaco Chizzoni: «I rifiuti scoperti nel 2012 a Fossato pieni di amianto, sono ancora lì. Toccherebbe al Comune ripulire, dopo che la nostra ordinanza è andata a vuoto. Ma ci servono quattro-cinque milioni e non li abbiamo». Si spera che stavolta non finisca così.
 

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