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MANTOVA

Interrogati per la benzina della camorra

Sentiti in carcere il ragioniere di Gonzaga e l’ingegnere di Porto arrestati dalla Finanza

MANTOVA. L’accusa che la procura di Brescia ha rovesciato loro addosso è di essersi occupati, per conto di un’azienda di commercio di carburanti napoletana, i cui interessi sarebbero legati a quelli della camorra, «del procacciamento dei clienti a cui hanno offerto prodotti energetici a prezzo estremamente concorrenziale e ai quali hanno anche spiegato le modalità di ritorno del denaro come conseguenza del ricevimento di fatture per operazioni inesistenti».

I due mantovani, tra i sette arrestati nell’ambito dell’inchiesta Free Fuel (tradotto: carburante gratuito) condotta dalla Guardia di finanza sotto il coordinamento della Procura di Brescia e della Procura nazionale antimafia, sono stati interrogati ieri mattina in carcere dal giudice per le indagini preliminari Carlo Bianchetti, lo stesso che ha firmato l’ordinanza e ha dato il via al blitz di mercoledì mattina.

Nulla è filtrato, al momento, sul contenuto del colloquio tra il magistrato e i due broker del petrolio: il ragioniere di Gonzaga Paolo Pavesi, 55 anni, un passato da manager delle vendite per società di commercio carburanti e l’ingegnere Amedeo Arlacchi, 57 anni, di Porto Mantovano che viene invece da esperienze diverse, nel settore della vendita di progetti fotovoltaici.

Se lo scopo di quella che la Procura considera un’associazione per delinquere era di evadere centinaia di migliaia di euro di Iva sul carburante e mettere in commercio benzina e gasolio a prezzi stracciati, i due broker mantovani – che agivano per conto della Alex Petroli di San Giorgio a Cremano (Napoli) di Alessio De Matteo, anche lui arrestato – sarebbero immersi in questo petrolio sporco fino alla cintola.

Non sarebbero loro gli ideatori del sistema, così come non avrebbero tenuto in mano le leve dell’organizzazione. Ma, sempre secondo i magistrati che hanno condotto l’inchiesta, avrebbero coadiuvato gli amministratori della Alex Petroli tenendo i contatti con i compratori del carburante.

L’inchiesta della Finanza, che ha preso il via nel novembre 2016, avrebbe esordito proprio con le indagini sulle comunicazioni telefoniche e via computer dei due broker mantovani. Fino a scoprire – nel maggio dello scorso anno sono state eseguite le prime perquisizioni – una maxi frode fiscale su un volume di affari da 65 milioni di euro.

Il meccanismo era quello classico della frode carosello, allo scopo di far rientrare l’Iva con operazioni fittizie e l’utilizzo di società di comodo. La truffa, relativa al commercio di 16 milioni di litri di carburante, avrebbe anche un versante legato al crimine organizzato. Tra i documenti sequestrati anche un pizzino, un foglietto contabile privato, con indicata la voce "camorra", destinazione di parte dei proventi.
 

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