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LE AGGREGAZIONI

Ultimo anno per 37 sindaci: il 2018 sarà boom delle fusioni?

Tempo utile sino a settembre e norme più veloci: i primi cittadini tentati dai vantaggi della norma. Ma per adesso solamente nel Destra Secchia i processi stanno procedendo speditamente

Il 2018 potrebbe essere l’anno delle fusioni comunali. Una specie di “congiunzione astrale” le favorisce e aiuta. Da un lato perché nella primavera del 2019 decadranno naturalmente 37 amministrazioni comunali. Di fatto si entra da subito nell’ottica della fine mandato e viene annullato l’handicap della caduta anticipata per chi decida la fusione. Dall’altro le nuove regole regionali semplificano l’iter: per l’ avvio c’è tempo sino a settembre, e la procedura è oggi più veloce e meno pesante per i sindaci, visto che i cittadini si esprimono subito.

Al turno elettorale del 2019 è chiamata la maggioranza delle amministrazioni comunali mantovane. Dei 37 al rinnovo, 17 sono “piccoli Comuni”, sotto i 3mila abitanti che potrebbero intravedere l’occasione per cercare fusioni con amministrazioni vicine, assumere maggior peso e rilevanza amministrativa e ottenere guadagni e risparmi di legge. Per i municipi medio-piccoli (sette quelli da 3 a 10mila abitanti) l’eventuale fusione rappresenterebbe una boccata d’ossigeno sui conti, spesso asfittici e così per i quattro sopra i 10mila abitanti che potrebbero puntare a costituire “poli” aggregativi con sempre maggiore spessore. Ma sarà davvero così? O campanilismi, beghe politiche, ma anche timori dei cittadini freneranno questo processo ritenuto oggi uno dei pochi toccasana per le piccole amministrazioni? Vediamo la situazione area per area.

Ogni fusione comunale deve avere l'ok...
Ogni fusione comunale deve avere l'ok dalla popolazione

Destra Secchia all’avanguardia. Fanalino di coda economico, ex “area depressa”, il Destra Secchia si prende la rivincita sul piano amministrativo avendo da tempo imboccato la strada delle aggregazioni. I 14 piccoli Comuni, meno di 50mila abitanti in totale dei quali due terzi concentrati nei 5 centri più popolosi, rappresentano l’area più polverizzata della provincia. Ma alle ridotte dimensioni, ha fatto da contrappeso la voglia di dialogo fra Comuni, che caratterizza quest’area “mezza emiliana”. La nascita dell’incubatore, il “Consorzio Oltrepò”, ha creato le basi per le Unioni (Sei Oltrepò e Isola mantovana) dalle cui ceneri sono nate tre fusioni: Sermide e Felonica nel 2016, Borgo Mantovano (Revere, Villa Poma e Pieve) lo scorso anno e Borgofranco-Carbonara per le quali l’11 febbraio si terrà il referendum. Un processo che ha interpretato alla lettera lo spirito della legge sulle fusioni: accorpare territori contigui, uniti dalla comune storia e dalla economia simile e infine troppo piccoli per riuscire a uscire dalle secche della crisi. E se l’Unione Serravalle -Sustinente potrebbe fare un passo in più, come S. Giovanni, S. Giacomo, Quingentole e Schivenoglia solo Magnacavallo si è ritratta da intese forti, rimanendo col cerino in mano dopo il “no” al matrimonio con Poggio.

La chimera “Grande Mantova”. Se l’unione fa la forza, può anche spaventare se il partner è troppo grosso. Così ormai da decenni non decolla l’idea di fondere Mantova ed hinterland per creare una città metropolitana da 100mila abitanti. Qualcosa potrebbe muoversi nel fronte sud, per proseguire la positiva esperienza di Borgo Virgilio (fusione che fa scuola a livello regionale) con Curtatone e Bagnolo. Ma anche tra Comuni che condividono temi simili (traffico, scuola, pendolarismo ecc) il matrimonio può fallire, come tra San Giorgio e Bigarello che però ora, unendo tutti i servizi, si sono, nei fatti, fusi lo stesso.

Seconda linea in stand by. Qualche timido dialogo nei Comuni della seconda cintura c’è a nord est (Castel d’Ario, Villimpenta, Roncoferraro), ma solo sui servizi mentre nel Medio Mantovano (Roverbella, Goito, Marmirolo) è sulla Polizia locale. Poco per pensare a fusioni “fredde”, non precedute da intese dal basso.

L’Alto è “scottato”. Il fallimento della fusione Castiglione-Solferino insegna che i passi vanno fatti con cautela. L’Alto Mantovano è terra di municipi con peculiarità proprie. Dopo il valzer delle Unioni (finito con Medole, Solferino e Ponti da un lato, Volta e Monzambano dall’altro) ora è tornata la calma. Ma nessuno, dopo la doccia fredda di Solferino, intende muoversi ulteriormente.
La gente ha detto sì a Borgo...
La gente ha detto sì a Borgo Mantovano: festa dei sindaci

Asolano e Viadanese. L’area che guarda a Cremona, ne condivide in parte la polverizzazione comunale. Ma a parte Bozzolo e Rivarolo (Terre dei Gonzaga), i sindaci guardano più a condivisione dei servizi che ad aggregazioni amministrative. Dotati di piccole aree produttive e di storica indipendenza reciproca risalente ai Gonzaga, i “mini Comuni” della zona preferiscono stare da soli che tentare rischiose fusioni senza certezza dell’esito.

La Bassa in fermento. Ritornando vicini all’Emilia, il tema Unioni-fusioni ridiventa caldo. Già 4 studi sono stati commissionati e poi rimessi nel cassetto. Le resistenze hanno come base la volontà di non finire ingoiati nell’orbita di Suzzara (comune egemone). Per questo potrebbero nascere prima Unioni fra gli altri municipi, prima di affrontare il dialogo con il “colosso”. Con Pegognaga e Motteggiana che sono un passo avanti e guardano già a una possibile fusione.
 

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