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L’essiccatore sarà chiuso. L’ampliamento riparte

Chimica Pomponesco: «Per Arpa vizio procedurale, l’impianto era controllato». Da dicembre produzione tornata normale dopo l’esplosione di fine luglio 

POMPONESCO. La Chimica Pomponesco dismetterà l’essiccatore delle acque di lavaggio, impianto che ha generato l’esplosione del 20 luglio scorso. Nel contempo l’azienda ammette che quel particolare ciclo, utilizzato saltuariamente 3-4 volte l’anno, non era stato inserito nell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) per un vizio procedurale. «Non finalizzato a nascondere nulla – precisa il direttore generale Alberto Tarana –. Tant'è che i controlli avvenivano frequentemente e regolarmente. L'ultimo nel marzo scorso, appena pochi mesi prima dell’incidente». La produzione, coinvolta solo indirettamente poiché vicino al luogo della deflagrazione, è stata nel frattempo tornata alla completa normalità qualche settimana fa, come pure è ripresa la costruzione dell’ampliamento del reparto di produzione polimeri acrilici con l'installazione di nuove linee produttive.

Il punto della situazione è fatto dopo che i Comitati ambientalisti hanno diffuso le conclusioni dell’ispezione effettuata dall’Arpa (Agenzia per la protezione ambientale) all’indomani dell’esplosione. In essa si conferma che l’attività svolta dall’essiccatore andava autorizzata dall’Aia, in quanto si tratta di lavorazione di “rifiuto pericoloso”.

«L’essiccatore – spiega Tarana – serviva per trattare saltuariamente le acque di lavaggio degli impianti di produzione dei polimeri acrilici. Le operazioni di pulizia vengono svolte periodicamente rimuovendo meccanicamente le incrostazioni e procedendo alla pulizia finale con getti d’acqua calda. Questa acqua viene raccolta in serbatoi. Il liquido veniva successivamente disidratato utilizzando questo impianto a pressione per ridurre i volumi dello scarto». In sostanza, si trattava di un cilindro contenente un albero a palette che agitava l’acqua riscaldata. Il vapore usciva dall’evaporatore e veniva filtrato, mentre la sostanza solida che pian piano si concentrava, veniva posta in sacchi e poi smaltita con i regolari formulari. Poiché il cilindro è a pressione, 3 bar, poco più degli pneumatici di un’auto, l’Asl regolarmente verificava l’impianto. Che nella sostanza, dunque, era monitorato sotto il profilo della sicurezza e del corretto smaltimento ambientale. «Da subito – conclude Tarana – abbiamo annunciato di volerlo comunque dismettere poiché non fa parte del ciclo produttivo, l’uso è saltuario e le operazioni di pulizia possono essere compiute anche “a secco”, utilizzando un minimo di liquidi. Importante invece il completo riassetto della produzione e la ripartenza dell’ampliamento».
 

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