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Chimica Pomponesco, ci sono indagati per disastro e lesioni

Avviso di garanzia al direttore dello stabilimento e ad altri responsabili dell’azienda. Nel mirino autorizzazioni e controlli 

Esplosione alla Chimica Pomponesco: vigili del fuoco al lavoro Un boato fortissimo, che ha svegliato l’intero paese, che ha fatto vibrare i vetri delle case e temere il peggio, un nuovo terremoto. A provocarlo, invece, non un sisma ma una deflagrazione alla Chimica Pomponesco, azienda del Gruppo Frati in via Delle Industrie. L’esplosione avvenuta ieri mattina alle 7.15 ha interessato l’essiccatore che tratta le acque di lavaggio, un impianto non legato alla produzione. Inizialmente sembrava interessato il serbatoio dell’azoto, invece i vigili del fuoco hanno subito escluso la possibilità. Un operaio è rimasto ferito, fortunatamente non in modo serio. Al lavoro vigili del fuoco di Mantova e Viadana, carabinieri, protezione civile, Asl, Arpa. (video Lodi Rizzini)

POMPONESCO. Scoppio alla Chimica Pomponesco: indagato il direttore dello stabilimento Alberto Tarana che, interpellato, conferma d’aver ricevuto l’avviso di garanzia ma preferisce non entrare nel merito. Indagati, con lui, a vario titolo, altri responsabili dell’azienda. L’ipotesi di reato è disastro colposo e lesioni per gli operai rimasti feriti dalla deflagrazione.

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L’inchiesta, scattata subito dopo l’esplosione verificatasi il 20 luglio scorso all’interno di un essiccatore, prosegue a ritmi serrati. La Procura della Repubblica sta raccogliendo tutta la documentazione relativa alle lavorazioni dei prodotti e alle autorizzazioni previste per legge. Non solo. Saranno prese in esame le relazioni riguardanti i controlli eseguiti dall’Ats. Un punto su cui la difesa intende fare piena chiarezza. Domande che si pone anche la Procura nell’ottica di un ragionamento semplice ma fondamentale: quell’incidente si poteva evitare?

L’essiccatore, dal quale è partita l’esplosione, spiegò a suo tempo il direttore dello stabilimento, serviva per trattare le acque di lavaggio degli impianti di produzione dei polimeri acrilici. Le operazioni di pulizia venivano svolte saltuariamente rimuovendo meccanicamente le incrostazioni e procedendo alla pulizia finale con getti d’acqua calda. Acqua che veniva poi raccolta in serbatoi, per essere successivamente disidratata utilizzando questo impianto a pressione per ridurre i volumi dello scarto. In poche parole si trattava di un cilindro a pressione che l’Ats verificava periodicamente, sia sotto il profilo della sicurezza che del corretto smaltimento ambientale della parte solida. Ma qualcosa non ha funzionato.

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La stessa azienda ha ammesso che quel particolare ciclo, utilizzato tre, quattro volte all’anno, non era stato inserito nell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Perché? Il direttore dello stabilimento aveva parlato di un vizio procedurale. «Non per nascondere qualcosa - aveva detto -. Tanto più che i controlli avvenivano frequentemente e regolarmente»: l’ultimo nel marzo del 2017, pochi mesi prima dell’esplosione. Comunque sia, era intenzione dell’azienda volerlo dismettere perché non faceva parte del ciclo produttivo ed è ciò che farà, come riportato dalla Gazzetta, nelle prossime settimane.

Ma gli ambientalisti annunciano di volersi costituire parte civile in un eventuale procedimento penale. E lanciano diversi interrogativi all’Arpa che, con tutta probabilità, sono gli stessi su cui la Procura sta cercando di ottenere una risposta. All’Arpa chiedono se l’azienda sia stata sanzionata e ai vertici dell’Ats Valpadana quali miglioramenti si siano ottenuti in campo sanitario tra la popolazione pediatrica, a seguito delle prescrizioni e raccomandazioni emesse dall’indagine ambientale -epidemiologica di Viadana. Le associazioni, infine chiedono che venga sospesa l’autorizzazione all’ampliamento in corso per l’azienda. E questo in attesa degli accertamenti e del riesame dell’Aia.

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