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Tra crisi e lavoro a rischio: vince ancora l’indecisione
dove nasce il voto: ultima tappa

Tra crisi e lavoro a rischio: vince ancora l’indecisione

Ceresara, delusione e disorientamento ai cancelli del calzificio Csp International. Molti operai e impiegati sceglieranno all’ultimo quale schieramento appoggiare

CERESARA. Dicono gli esperti che la percentuale degli indecisi alle elezioni di domenica potrebbe attestarsi anche attorno al 30%, che circa i due terzi probabilmente si asterrà e che il restante 10-12% potrebbe decidere il segno delle elezioni, cambiando decisamente i pronostici. Quello che vede un numero sempre più consistente di persone scegliere per chi votare soltanto a poche ore dall’apertura dei seggi è un fenomeno carsico che si ripete ad ogni tornata, ma questa volta con più insistenza, complice una legge elettorale che «non lascia decidere nulla al cittadino» e una campagna non coinvolgente a detta degli stessi sondaggisti

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Livello di istruzione? Età media? Impiego? Più uomini o più donne? Meglio parlare alla loro pancia o alla testa? Mentre leader e partiti si arrabattano tra improbabili identikit per capire da che parte va tirata la giacchetta di questa fetta consistente di elettorato che andrebbe capita prima che adescata, noi ce la siamo trovata davanti, un po’ a sorpresa, ai cancelli della Csp di Ceresara in una gelida mattina di fine febbraio.

Una fabbrica scelta non a caso in questo viaggio a tappe in vista del 4 marzo: Csp International è una delle tante aziende del distretto mantovano della calza da anni in trincea contro crisi e contrazioni del mercato ormai patologiche, che nel 2017 l’ha vista costretta a lasciare a casa 55 dipendenti su oltre 300. E forse è proprio per questo che qui il popolo degli indecisi si allarga a macchia d’olio elezione dopo elezione, proprio perché le aspettative nell’urna sono talmente tante che il rischio delusione è altissimo.

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La gran parte ha circa 50 anni, lavora da sempre al calzificio e in molti non sanno più cosa aspettarsi e neppure cosa sperare dalla classe politica che sarà chiamata a governare il Paese per i prossimi anni. «Non mi era mai accaduto prima, ma stavolta non so proprio cosa votare. Per ora so solo che comunque voterò»: parole che spiazzano un po’ al pensiero che mancano appena tre giorni alle urne, che non si tratta di un caso isolato ma di una considerazione ricorrente e di un disorientamento, sintomo di disillusione, che travalica la scelta di partito o schieramento per allargarsi alla domanda «destra o sinistra?». Insomma c’è un filo rosso di indecisione che sembra legare insieme operai e impiegati, uomini e donne, man mano che, stretti nei loro giacconi, a gruppetti smontano dal turno in Csp per la pausa pranzo.

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Tra loro Sandra, impiegata al calzificio da quasi 30 anni: «Deciderò all’ultimo e sceglierò qualcuno che mi dia almeno la speranza di cambiare qualcosa». Accanto a lei un collega scuote la testa: «Io vorrei solo che ci fosse almeno una maggioranza, da che parte non mi interessa ». Sono stufi e non si fidano più «di tante promesse che tanto nessuno mantiene - aggiunge un’operaia con 30 anni di calze sulle spalle - Quello che ci vuole è una persona onesta che mandi a casa i mangioni...ma chi?».

Laura e Saveria arrivano insieme al tornello di ingresso in fabbrica, hanno il turno pomeridiano e per domenica le idee confuse: «Non si capisce nulla - dice Laura - e per di più alla fine chiunque vinca ci mangia su e quelli che ci rimettono siamo noi. Io ero una leghista convinta, ci credevo ma ora non so più cosa votare». Tra i delusi da tutto e da tutti c’è anche Gennaro, 54 anni, che sta pensando «di non andarci proprio a votare, perché non mi piace nessun candidato, non c’è giustizia sociale e il paese va davvero a rotoli» e al massimo «voterò 5 Stelle» dice mentre racconta che con una paga da operaio, dopo 30 anni in fabbrica, si fa fatica a tirare avanti anche da single.

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E poi c’è Luca, impiegato da nove anni, che affianca la delusione per i candidati («non mi piace nessuno») a quella per la legge elettorale: «Non è corretta - spiega - e non è giusto che non si possano esprimere preferenze. Si ricorda la legge truffa degli anni ’50? Be’ anche questa lo è e poi ci sono troppe liste, troppa gente paracadutata e il cittadino alla fine non decide nulla. Chi viene eletto, sia di destra o di sinistra o dei 5 Stelle, alla fine non farà gli interessi dei cittadini ma di una casta. Cosa spero? Spero che la politica capisca che per il lavoro, per le aziende, servono infrastrutture e puntualità, che non bastano Jobs Act o sgravi che alla fine sono solo trucchetti».

Non manca certo chi invece le idee le ha già abbastanza chiare, o almeno crede. «Io voto a destra, visto l’andamento di questa sinistra - dice un operaio di 52 anni, da 35 alla Csp, mentre rientra dalla sua mezz’ora di pausa del turno 7-15.30 - ma sono ancora indeciso tra Salvini e i 5 Stelle. Cosa mi aspetto? Che cambi qualcosa per il lavoro e la sicurezza, chi è al governo adesso per il lavoro non ha fatto nulla». Vittorio, programmatore di software, da 21 anni in Csp, invece avrebbe votato Salvini «se non si fosse messo con Berlusconi, che non voterò mai» , ormai si aspetta poco dalla politica e «alla fine opterò per il meno peggio, che secondo me è Renzi, perché il Paese ha bisogno di stabilità».

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Convinto per il Pd è poi Carlo, perito elettronico che in azienda si occupa di assistenza macchine: «Ha dato quella sterzata al Paese che serviva ed è l’unico partito che sostiene l’Unione europea senza la quale tante aziende salterebbero». Stefano, operaio 50enne, invece è orientato su Di Maio nella speranza «che cambi qualcosa per lavoro, sicurezza, per le tasse...che sono sempre troppe». E le idee chiare le ha anche Marisa che è ormai prossima alla pensione, non vuole dirci per chi metterà la croce e anticipa solo che «bisogna dare spazio ai giovani, a chi può portare lavoro per i nostri figli e i nostri nipoti».

E alla fine tra i più convinti c’è pure chi sembra fare del non-voto una forma di protesta. Come Vincenzo, operaio magazziniere: «Non serve a nulla, sono tutti uguali». “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” cantava Giorgio Gaber. Ed era il 1994.

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