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Il grande mistero di Dylan. Un feroce urlo di elettricità

Domenica 8 aprile il premio Nobel si esibisce al Palabam. I quattro anni che hanno ucciso l’innocenza folk e cambiato la musica

«Dylan ha ancora il suo lato “Don’t look back”, è tutto stipato dentro di lui. È ancora pieno di quei personaggi, è ancora la stessa persona. Non è diventato carino e gentile, è un vero bastardo... Quando lo guardo, non vedo un tizio che distribuisce volantini o che tiene in mano un cartello. Vedo una mitragliatrice».

(Patti Smith, 1977)

di ENRICO COMASCHI

Bob Dylan, che domani sera (8 aprile) alle 21 salirà sul palco del Palabam, è uno dei grandi misteri musicali del ventesimo secolo. Un mistero che inizia nel gennaio del 1961, vent’anni dopo la nascita sotto il nome di Robert Allen Zimmerman, quando questo chutzpah (impertinente, in ebraico) mette piede al “Cafe Wha?”, nel Village.

Gli bastano pochi mesi per inventarsi un passato e per rubare l’arrangiamento di “The House of the Raising Sun” a Dave Van Ronk, che aveva avuto la malaugurata idea di farglielo ascoltare solo qualche giorno prima che Dylan corresse a inciderlo nel suo primo album.

Di tutte le storie su questo ragazzo del Minnesota, a New York restano aneddoti che danno un’idea ma non spiegano. Perché il mistero sta in quello che è successo a Dylan fra il gennaio 1961 ed il 25 luglio 1965, giorno in cui stermina a colpi di elettricità l’innocenza folk del festival di Newport. In questi quattro anni Dylan raggiunge il celestiale. Così, ad esempio: “Darkness at the break of noon, shadows even the silver spoon, the handmade blade, the child's balloon, eclipses both the sun and moon, to understand you know too soon there is no sense in trying”.

Per provare a capire andiamo al 1963, quando Dylan incide una delle sue canzoni più controverse, A Hard Rain's A-Gonna Fall, scritta un anno prima, nell’anno della crisi dei missili a Cuba. «Significa che qualcosa sta per accadere», sibila lui a chi gli chiede di incubi nucleari. È profetico, ma si infastidisce se lo scambiano per un oracolo.

Qualcosa si sarebbe manifestato, infatti, ma nella sua musica e solo due anni dopo, a Newport: “No, I ain't gonna work on Maggie's farm no more. Well, I wake up in the morning, fold my hands and pray for rain. I got a head full of ideas that are drivin’ me insane”. Un suono rude come non si era mai sentito, a maggior ragione in un festival in cui il folk revival era in fioritura e in cui il Dylan chitarra-voce-armonica era venerato.

In attesa che la profezia del 1963 si avveri, Dylan si incarna in William Blake, Robert Browning, W.B. Yeats, D.H. Lawrence, T.S. Eliot, Ezra Pound.

E osa guardare, forse inconsapevolmente, quello che i cabalisti chiamano Ein Sof, ossia il Nulla Infinito: Dio prima della sua auto-manifestazione. Dylan si rispecchia nello stesso Grande Vuoto che anni prima aveva folgorato Jack Kerouac di fronte al monte Hozomeen (Desolation Angels, pubblicato nel 1965, ma scritto anni prima). È così che nasce l’universo di Desolation Row, quasi un poema omerico, un’enciclopedia americana (1965). E ancora. Suggestionato da Visions of Cody, sempre di Kerouac, Dylan approderà al capolavoro dell’album “Blonde on Blonde” (1966), ossia Visions of Johanna: “The ghost of electricity howls in the bones of her face”. Se la scrittura di Dylan è feroce, la rappresentazione musicale è spietata. Lui la definisce onesta, in un’accezione del tutto nuova, (“Bisogna essere onesti per vivere al di fuori della legge”). Non concede alcunché all’amore, se non in rarissimi casi. Lui è sempre quello che se ne va, dopo un’alzata di spalle.

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Una sorta di anti-Orfeo: «Io non intendo subire - parole sue - il fatto che sia l’amore a influenzare le mie canzoni. Non più di quanto abbia influenzato le canzoni di Chuck Berry, di Woody Guthrie o di Hank Williams. Quelle di Hank non sono canzoni d’amore. È umiliante chiamarle canzoni d’amore. Sono canzoni che vengono dall’Albero della Vita. L’amore non sta sull’Albero della Vita. L’amore sta sull’Albero della Conoscenza, l’Albero del Bene e del Male... A chi servono le canzoni d’amore? Né a te, né a me. L’amore può essere usato in molti modi che si ritorcono contro chi li usa. L’amore è un principio democratico. Una faccenda greca».

In Don’t think twice, it’s all right (1962), Dylan chiarisce che le sue sono liriche di non-amore: “You just kinda wasted my precious time. But don't think twice, it's all right”. Cara, mi hai fatto solo perdere tempo, ma fa lo stesso. Nessuna empatia, nessuna consolazione, nessuno struggimento da cowboy innamorato. Solo feroce onestà.

In una canzone che forse canterà questa sera, Dylan toglie ogni spazio di discussione: “It ain't me, babe”. Non sono io quello che cerchi: è un inno all’irresponsabilità dell’artista (Alessandro Carrera: “La voce di Bob Dylan”, Feltrinelli).

Lui è tutto, piuttosto, in quello che scrive nelle note di copertina del disco Bringin It All back Home (1965): “Written in a rhythm of unpoetic distortion”.

Chi è Bob Dylan? Cosa ha attraversato per arrivare a Like a Rolling Stone, canzone che ha cambiato tutto per sempre? Andarsene senza voltarsi: ecco, forse questa è l’essenza più profonda del suo mistero.

Non è stato certo il primo e non sarà forse l’ultimo a riuscirci. Schönberg, Stravinskij e lo stesso Pier Paolo Pasolini, passato all’elettricità del cinema, rappresentano un’attitudine rara nell’arte: quella di saper segnare un punto di svolta imprescindibile e universale.

Il non voltarsi indietro può essere, di per sé, atto di ybris.

Il bello sta sempre in quello che succede dopo.




 

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