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Mantova, in 4800 per Bob Dylan al Palabam

Una voce che resta tonica per un concerto essenziale: nessun discorso, solo canzoni

MANTOVA. Puntualissime, alle 21, prima le note di una chitarra stile Dylan prima maniera, poi, subito, quelle di Things Have Changed, la canzone con cui il futuro premio Nobel per la Letteratura vinse, nel 2001, il Premio Oscar per la migliore canzone originale tratta dal film Wonder Boys: a quel punto i quasi cinquemila accorsi al Palabam hanno applaudito calorosamente. È stato questo l’inizio di un concerto che non ha deluso gli appassionati, che da Mister Zimmerman non si aspettano certo fuochi d’artificio. Bob Dylan evita i preamboli, si presenta sul palco vestito di scuro con una cravatta chiara a fare da contrasto, seduto dietro al piano. Non dice una parola, comincia a cantare. E sarà così fino alla fine.



Dylan ha proposto al pubblico mantovano una scaletta che ha fatto compiere balzi avanti e indietro nel tempo, dai primi anni Sessanta alle ultime creazioni. Pescando, in particolare, da due album, il recente Tempest, del 2012, dal quale ha scelto Duquesne Whistle, Pay in Blood, Soon After Midnight e Early Roman Kings, e quell’Highway 61 Revisited, uscito nel 1965 e inserito nella cosiddetta “trilogia elettrica”, un periodo che ha cambiato definitivamente la musica. Un disco che è da sempre considerato una pietra miliare della sua produzione, inserito dalla rivista Rolling Stone al quarto posto tra i migliori cinquecento album di sempre. Tre i brani estratti dal capolavori: quello che dà il nome al disco, la lunghissima Desolation Row, le cui parole surreali toccano vertici di poesia, e il secondo bis, quello che ha chiuso il concerto, quella Ballad of a Thin Man che racconta di un misterioso Mr. Jones, la cui identità negli anni è stata attribuita ai personaggi più diversi, ma che è divenuto sinonimo di mediocrità.

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L’essenzialità del concerto si è vista anche sul palco: a fare da corona agli strumenti, un tendaggio scuro e sette riflettori ad illuminare la scena. Il menestrello del Minnesota si è alzato solamente alla sesta canzone: in mezzo al palco, con le gambe divaricate, una mano a brandire l’asta del microfono, interpreta Melancholy Mood: un atteggiamento da crooner durante quello che è un omaggio a Frank Sinatra. Dylan è tornato al piano per la successiva Honest with me, candidata al Grammy nel 2001, per poi alzarsi di nuovo: c’era da interpretare Tryin’ to Get to Heaven, un brano del 1997 cantato anche dal grande David Bowie.

Mantova, i fan in attesa del concerto di Bob Dylan La grande notte è arrivata, Mantova accoglie Bob Dylan per un concerto leggendario. Ecco le interviste ad alcuni fan prima di entrare al Palabam.


Applauditissimi soprattutto i pezzi classici, quelli maggiormente conosciuti, come Tangled Up in Blue, che sempre Rolling Stone ha collocato al 68° posto tra le canzoni più belle di sempre. E, chiaramente, i due bis: oltre a Ballad of a Thin Man, quella Blowin’ in the Wind che ha segnato un’intera generazione di giovani americani, e non solo, in un mondo che si dibatteva tra la Guerra Fredda e quella del Vietnam, non ancora esplosa in tutto il suo fragore. Una Blowin’, tuttavia, riarrangiata e un po’ spaesante rispetto a quella conosciuta.

Dylan, comunque, non ha deluso. È venuto per cantare e quello ha fatto, con una voce ancora tonica nonostante i quasi settantasette anni, assecondato da una band che lo sta accompagnando in quello che è praticamente un tour senza fine, cominciato nel secolo scorso. Il pubblico ha apprezzato, tributando alla fine del concerto, tutti in piedi, un’infinità di applausi. Un entusiasmo un po’ frenato dalle misure di sicurezza, che, oltre a vietare rigorosamente fotografie, riprese e registrazioni - utilizzando anche raggi laser per scoraggiare eventuali tentativi -, hanno visto la security respingere a sedere i fan che, durante i bis, hanno cercato di avvicinarsi al palco. Rispetto al passato, anche questi sono tempi che cambiano.
 

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