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Violenza sessuale sulla figliastra

L’uomo condannato a sei anni e sei mesi di reclusione, ma la vittima voleva ritirare la querela

MANTOVA. È finito a processo con l’accusa d’aver violentato la figlia maggiorenne della sua convivente. Stamattina (16 aprile), dopo aver sentito la vittima, il collegio di giudici presieduto da Enzo Rosina ha emesso la sentenza: sei anni e sei mesi di reclusione.

La stessa pena che, al termine della sua requisitoria, ha chiesto il pubblico ministero Andrea Ranalli. A tutela della giovane vittima non facciamo il nome del condannato che era presente in aula.

I fatti risalgono a quattro anni fa. La ragazza si era trasferita da poco a casa dalla madre. Con lei il figlio di pochi anni, avuto da una precedente relazione. I rapporti con il patrigno non sono mai stati ottimi. Da subito sono nate controversie che, con il passare del tempo, si sono ulteriormente aggravate.

A quanto pare lui rinfacciava alla ragazza di essere da troppo tempo disoccupata e di non fare nulla per trovarsi un lavoro. Un giorno, mentre la convivente era fuori casa, l’uomo ha una reazione violenta: sfascia con un martello il telefonino della ragazza.

La giovane, piena di rabbia, a quel punto decide di confidare alla madre, ignara di tutto, la violenza sessuale subita. Racconta anche delle minacce di morte ricevute e indirizzate sia a lei che al figlio.

A quel punto la madre, che non si era mai accorta di nulla, decide di rivolgersi ai carabinieri. Madre e figlia vanno in caserma insieme e denunciano l’accaduto. Da qui scatta l’indagine degli uomini dell’Arma che si conclude con il rinvio a giudizio dell’imputato.

A quanto pare ci sarebbe stato un solo episodio di violenza, avvenuto mentre la compagna era fuori. Stamattina, come già accennato, la vittima ha testimoniato. Ma prima di farlo ha sorpreso giudici e avvocati chiedendo di poter ritirare la querela. Una richiesta piuttosto strana vista la gravità del reato denunciato, che viene perseguito d’ufficio.

Tra i testimoni di stamattina anche la madre. Non è escluso che, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, l’avvocato difensore dell’imputato ricorra in appello.
 

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