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Mantova, omicidio di Canneto: la badante aveva un arsenale di dodici coltelli

Malata dal 2013, era in cura in Polonia ma qui aveva smesso di prendere farmaci  La figlia aveva cercato in tutti i modi di impedire che la donna tornasse in Italia

CANNETO SULL'OGLIO. La forza con la quale ha sferrato le micidiali coltellate e le parti del corpo raggiunte dai fendenti non lasciano dubbi. La badante polacca voleva uccidere. Martedì 4 settembre, al termine dell’interrogatorio di garanzia, il giudice per le indagini preliminari Matteo Grimaldi ha convalidato l’arresto per Joanna Barbara Chmurzynska, di 57 anni e ordinato la custodia cautelare in carcere. Accogliendo la richiesta dell’avvocato difensore Cataldo Giosué, ha anche disposto ch ...

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CANNETO SULL'OGLIO. La forza con la quale ha sferrato le micidiali coltellate e le parti del corpo raggiunte dai fendenti non lasciano dubbi. La badante polacca voleva uccidere. Martedì 4 settembre, al termine dell’interrogatorio di garanzia, il giudice per le indagini preliminari Matteo Grimaldi ha convalidato l’arresto per Joanna Barbara Chmurzynska, di 57 anni e ordinato la custodia cautelare in carcere. Accogliendo la richiesta dell’avvocato difensore Cataldo Giosué, ha anche disposto che la donna venga trasferita in una struttura detentiva con una sezione speciale per infermi e minorati psichici. Con tutta probabilità il penitenziario di San Vittore a Milano.



La 57enne ha ucciso nel pomeriggio di sabato 1 settembre la bibliotecaria di Canneto, Paola Beretta, di 54 anni, e ferito gravemente altre tre persone. Una quinta persona era stata aggredita nel corso della nottata precedente.




La badante era affetta da bipolarismo, vale a dire da una patologia psichiatrica pericolosissima, un disturbo mentale che deve essere costantemente trattato con farmaci specifici. I primi sintomi si erano manifestati cinque anni fa in Polonia e da quel momento era in cura ma, a quanto pare, negli ultimi tempi aveva smesso di prendere quei medicinali che tenevano sotto controllo la malattia. La figlia, che abita nel Palermitano, se n’era accorta, e aveva scongiurato la madre di tornare in Polonia per continuare a curarsi e soprattutto di non tornare più in Italia. Ma la donna non le aveva dato ascolto. Sempre la figlia ha anche cercato di mettersi in contatto con le autorità polacche per impedirle di lasciare il Paese, ma in quello Stato non c’è una legge che preveda questo tipo di divieto. La badante ha continuato quindi a venire in Italia sostituendo le colleghe per periodi limitati di tempo. Per questo si era affidata ad un’agenzia e aveva preso la residenza a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Ora, con ogni probabilità, gli investigatori vorranno sapere se, in tutto questo tempo e soprattutto nel periodo in cui ha prestato servizio a Canneto, aveva già dato segni di squilibrio mentale. Un’informazione importante che dovrà venire anche dalla famiglia che l’ha ospitata dall’inizio di gennaio.




Nel corso dell’interrogatorio avvenuto ieri mattina in carcere, la donna ha negato d’aver accoltellato e ucciso. Ha detto di essere in Italia in vacanza e, farneticando, ha chiesto che venisse arrestato colui che l’ ha ammanettata senza ragione.

La misura cautelare disposta dal giudice è motivata anche dalla elevatissima pericolosità sociale della 57enne. Altri elementi hanno concorso per la sua reclusione. Ad esempio le dichiarazioni rese dalla figlia, che ha riferito di una serie di ricoveri a cui la madre era stata sottoposta in Polonia per problemi di natura psichiatrica, ai suoi comportamenti aggressivi all’interno degli ospedali dov’era ospitata e alle sue manie di persecuzione. A supportare la decisione del giudice anche i risultati della visita psichiatrica effettuata dopo il suo ingresso in carcere e al tentativo, risultato vano, di avere un colloquio con lei. Inoltre, al termine dell’interrogatorio, la donna ha firmato il verbale con un nome assolutamente inventato.

Ne è uscito il ritratto di una donna pericolosissima che emerge dai terribili fatti di cui si è resa protagonista. Già poche ore prima dell’aggressione in piazza la donna aveva cercato di colpire. Non solo. Nella sua abitazione sono stati rinvenuti ben dodici coltelli pronti, per gli investigatori, ad essere usati per altre aggressioni. Un particolare agghiacciante: quando è entrata nel museo civico ha puntato direttamente su Paola Beretta, nascondendo i due coltellacci, uno dei quali seghettato, con le braccia conserte intorno all’addome.



Nel pomeriggio del 1 settembre, pochi minuti dopo le 17, i carabinieri di Canneto vengono avvertiti dal comando compagnia di Viadana che in piazza Gramsci a Canneto c’è una donna armata di coltello in grave stato d’agitazione. Arrivano sul posto. Due persone l’hanno appena bloccata. Il primo è Marco Quatti, comandante della polizia locale di Asola e in quel momento fuori servizio e Silvano Monizza. Poco lontano ci sono due persone ferite, Santina Ferresi, con un trauma cranico e Antonio Barisani, con la maglietta sporca di sangue. Ma contemporaneamente all’interno del museo civico si sta consumando la tragedia. Paola Beretta, bibliotecaria comunale, giace a terra in un lago di sangue. Di lì a pochi minuti il suo cuore cesserà di battere. Fuori, steso su un’aiuola, un quarto ferito Davide Malinverni, che sta ricevendo le cure del 118. Al centro della piazza vengono recuperati due grossi coltelli insanguinati. La donna viene arrestata. Quella mattina stessa aveva aggredito un’altra persona ancora. La domanda è: tutto questo si sarebbe potuto evitare? —

GIANCARLO OLIANI