DILETTANTI: IL PERSONAGGIO

Mossini, una vita nel calcio Da 45 anni colonna a Virgilio

VIRGILIO Ci sono persone che sull’immaginario altare dello sport hanno detto «sì» come sul vero altare, in chiesa: una volta sola, come quando le partite si giocavano tutte la domenica alle 14,30....

    di Alberto Fortunati

    VIRGILIO

    Ci sono persone che sull’immaginario altare dello sport hanno detto «sì» come sul vero altare, in chiesa: una volta sola, come quando le partite si giocavano tutte la domenica alle 14,30. Ivano Mossini, 74 anni compiuti lunedì scorso e portati al meglio, è di quella pasta: il calcio d’oggi fatto di spot e proclami lui non lo ama troppo. Il sudore e l’impegno sì, ed è con quelli che da 45 anni, giorno dopo giorno, ha offerto i suoi sforzi, le sue qualità umane e la sua esperienza.

    A Virgilio non si respira aria di serie A, quando si è in Prima il grasso cola ma la categoria non conta e chissenefrega se c’è una spanna di neve sul campo: «I ragazzi si stanno allenando, io voglio stare vicino a loro» è il motto di colui che giustamente è definito il tuttofare della Polisportiva, guidata da Paolo Caleffi: «Io - dice Mossini - ho progettato le tribune da 350 posti, tagliato i campi e fatto il radiocronista. Ho guidato la Polisportiva per due anni, spero di essermela cavata».

    Mossini è stato insignito di due importanti benemerenze federali, quella provinciale nel 1991 e quella nazionale nel 2001. Al solo pensiero gli occhi, vivaci come quelli di un Esordiente, si accendono di più: «Sono i ricordi più belli - spiega - perchè con me è stata premiata la società. Questo è l’aspetto più importante».

    La gioia più grande sul campo per Mossini risale alla promozione in Prima negli anni 90: «Avevamo una grande squadra, con Pavesi allenatore. Quell’anno ci siamo davvero divertiti». Peggio era andata nel 1977-78, quando il Virgilio cedette in extremis la promozione in Seconda al Pegognaga: «Perdemmo in modo incredibile col San Nicolò Po, non scordo più quel giorno».

    Ivano Mossini nasce nel 1938 a Borgoforte, ad un tiro di schioppo dal «Quarantini». Inizia a lavorare da impiegato alla Pioggia Carnevali, dove resterà per 40 anni, e sposa la sua Silvana nel 1961. Pochi anni dopo, nel 1968, entra nel direttivo dell’allora «Costa Azzurra Virgilio» come aiuto segretario: «Fu Ezio Signorini - spiega - a chiamarmi a collaborare. Lo feci volentieri e da allora iniziò l’esperienza nel club, che dura ancora oggi con grandissima soddisfazione mia e, spero, anche di chi continua a lavorare con me per il Virgilio».

    In 45 anni Mossini ha visto centinaia, migliaia di calciatori: «Mi verrebbe da dire almeno 5000, in quasi mezzo secolo - spiega - purtroppo dagli inizi ad oggi il clima è profondamente mutato e viene sempre meno lo scopo principale del mio lavoro: l’onestà e il rispetto degli altri. Il volontariato è la base dell’esistenza di ognuno di noi, ma quello puro sta scemando. L’ho visto nelle feste che organizzavamo in paese e che abbiamo smesso di fare, per carenza di personale».

    Non c’è stato solo il calcio nella vita di Mossini: «Sono nato - dice - quando Gino Bartali vinse il Tour de France, non potevo non amare la bicicletta. Sono stato ds nella Federciclismo, presidente dei giudici Uisp e vice della Lega ciclismo. A dire il vero mi piacciono tutti gli sport, però il calcio...».

    Tanti sono i giocatori che agli occhi di Mossini potevano diventare veramente forti, ma che la vita ha frenato in mille modi: «Ricordo i portieri Marchi e Zanetti, quello era grande come Buffon ma incostante. Bravi erano anche Fulvio Gardini, Fabio Dall’Acqua, davano del «tu» alla palla; anche Carlo Savoia, dirigente del Mantova, è passato da qui».

    Il migliore resta Cristian Altinier, ora al Benevento: «Veniva - racconta Mossini - a vedere giocare il papà Ivano, aveva 5 anni e la maglietta bianca come il latte. Appena poteva, sfuggiva dalla mamma, veniva a cercarmi e chiedeva un pallone. Un istante dopo era color dell’erba e la mamma sacramentava, mentre anche Ivano guardava sorridendo».

    L’ultimo ricordo di Mossini è per l’ex patron del Mantova, Lori: «Lo vedevo col padre Dario, grande uomo - sottolinea - Fabrizio non era un grandissimo calciatore e qualche rampogna da parte mia la prese anche lui. Mi spiace che il suo progetto sia finito male».

    La speranza di Mossini è di continuare a lavorare per la sua società, con onestà e competenza. Sino, almeno, alle nozze di diamante con il Virgilio. «Poi all’altare non avrò più bisogno d’andarci...».

    21 febbraio 2012

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