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Animo Correa: «Il Mantova mi ha riacceso»

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Animo Correa: «Il Mantova mi ha riacceso»

Serie D. Il regista ex Lazio si racconta: «Volevo emulare Veron, ora mi carica la Te»

MANTOVA . La risalita del Mantova dopo la partenza ad handicap è coincisa con il rientro in squadra di Luis Belmonte Correa. Dato oggettivo, confortato anche dai numeri esibiti dal centrocampista argentino: 4 reti realizzate, parecchi assist e partite con voti ben al di sopra della media. Dire che Correa è il leader in campo del gruppo ben plasmato da mister Cioffi è una verità che non toglie nulla alle ottime prestazioni degli altri giocatori biancorossi.

Correa, dopo tanti anni in Italia, il ritorno in Argentina sembrava voler dire carriera finita.

«Nel 2014, dopo 10 anni trascorsi in tante piazze, presi la decisione di tornare a casa, a Rosario. C'erano problemi familiari importanti e volevo stare vicino alle mie due figlie gemelle avute dalla mia ex moglie. Avevo quasi smesso di giocare. Lo scorso anno mi chiamarono al Bisceglie: esperienza tanto breve quanto negativa e nuovo ritorno in patria».

Poi arrivò l'offerta del Mantova...

«Il calcio è il mio mondo. Così l'estate recente frequentai il corso di allenatore Uefa B ma proseguii la preparazione nel ritiro dell'AIC. Tramite un amico comune mi contattarono il direttore ed il mister: mi accordai alla svelta, ho ancora voglia di giocare, per allenare c'è tempo».

A Mantova c'era da ricostruire tutto.

«In Italia accade spesso che società blasonate vadano incontro a situazioni difficili. Sapevo che era una sfida, soprattutto all'inizio, perché sentivamo un po' addosso la responsabilità e l'ansia di dover far rinascere il calcio in una piazza dove è molto sentito. Con tanti giovani».

Tre sconfitte poi la riscossa: cosa è accaduto?

«Niente di magico. Soltanto il lavoro di un gruppo e di uno staff. Io dico sempre che quando si suda in allenamento ed in partita, i risultati sono destinati ad arrivare. Il bello del calcio è che si gioca in 11 contro 11 e non sempre vince il più forte, ma quello che si impegna di più».

Adesso il Mantova è a quattro punti dalla vetta: può davvero farcela?

«L'errore più grosso è quello di guardare la classifica. Pensiamo a giocare una gara alla volta, affrontandola come una finale. L'Arzignano ha speso molto: abbiamo stretto i denti ma alla fine avremmo dovuto vincere noi. Abbiamo dato il cuore e con quello speriamo di dare al pubblico tante soddisfazioni».

Spesso è prodigo di consigli per i compagni. Si sente un leader in campo?

«Non voglio rubare il lavoro al mister, che lo fa già benissimo. Ma quando arrivi ad una certa età, ti guardi attorno e vedi tanti ragazzi più giovani di te, ti viene spontaneo dare qualche aiuto che ti viene dall'esperienza».

Qualche rimpianto per una carriera diversa?

«Assolutamente no. Certo, da ragazzo sognavo di emulare Veron ma sono uno che guarda sempre il bicchiere mezzo pieno».

Ultima curiosità: cosa c'è in quel tatuaggio sul braccio destro che bacia sempre dopo i suoi gol?

«I nomi delle mie figlie, Emma e Pia, che hanno 5 anni. Su quello sinistro invece c'è Maradona ma è un altro discorso».

Alberto Sogliani

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