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L'inchiesta

Mantova è multietnica. La tolleranza abita qui

Viaggio fra gli stranieri protagonisti in campo: «Il sogno? Un lavoro»

MANTOVA. Piaccia o no, quando si è all’estero e si sente «L’italiano» il brivido lungo la schiena scende ch’è un piacere, a meno che non siate inguaribili esterofili o che l’era di Internet vi abbia asciugato i dotti lacrimali. Dopo aver riempito gli oceani e poi i binari con le valigie di cartone, oggi è dura pensare che gli italiani affrontino a cuor leggero la vita di sacrifici e stenti che altrove è il pane quotidiano. Quel pane di cui persone d’ogni credo e provenienza si nutrono, costrette come sono a cercare lontano da casa quel che da loro è vietato. Il calcio a piene mani ha pescato giocatori comunitari o extra, infoltendo le rose all’inverosimile e impoverendo i vivai. Forse anche per questo a giugno i Mondiali li giocheranno gli altri. Da anni citare l’Inter di Sarti, Burgnich, Facchetti... è rimasto l’esercizio d’anziani appostati nei parchi coi transistor all’orecchio a mò di proboscide; oggi citare a memoria una formazione è più arduo del mitico “Quesito con la Susy” della Settimana Enigmistica.



Fra le 54 società iscritte alla Figc, settore maschile, la maggioranza si è dotata di giocatori dal Marocco, dalla Tunisia, dalla Nigeria, dal Ghana, dal Senegal o dal Camerun secondo quelle rotte che portano donne, bambini e uomini disperati alla ricerca di una speranza rendendo multietnico un panorama che mantiene ancora e comunque una buona cura delle giovanili. Nei fatti i club virgiliani hanno recepito l’ultimo accorato appello di Papa Francesco: «Nell'incontro vero col prossimo saremo capaci di riconoscere quel Gesù Cristo che chiede di essere accolto, protetto, promosso e integrato?».

Sono decine i giocatori stranieri attivi nel calcio mantovano. Le loro storie s’assomigliano, specie quelle di chi viene dall’Africa: grondano le sofferenze e le fatiche dell’arrivo poi si dipanano in un racconto meno triste, di empatia con gli italiani, di integrazione in una realtà opposta alla propria, che si svela infine nel sogno di potersi definire «un italiano vero». Come canta Toto Cutugno, non a caso venerato tanto all’Est quanto in Sudamerica.

Le etnie africane sono le più rappresentate. A Governolo da Natale c’è un ragazzo del Camerun, Tuetso Fotso, 20 anni e voce da baritono in fisico da Mandingo: «Ho avuto esperienze all’Atalanta e in Sardegna, l’Italia mi piace e posso dire che cori razzisti non ne ho sentiti». Ci tiene a ribadire il concetto Denis Omorogieva, 20enne nigeriano del San Lazzaro autore del gol nel derby con lo Sporting Club: «Mi sono trovato bene qui, amo ciò che faccio e mi impegno per fare meglio. Ho studiato, spero di trovare un lavoro stabile».

Questi ragazzi sanno che di loro solo i media locali si occuperanno, ma va bene così: «Io lavoro in fabbrica - dice Elsi Gjoka, 25enne albanese del Viadana - non vedo l’ora di recuperare dall’infortunio perchè in campo fra gli amici trovo le motivazioni per impegnarmi e divertirmi. Non conta la categoria, qui sto più che bene e mi sento accolto».

Non c’è solo l’Africa come punto di partenza per i protagonisti del calcio dilettanti. Preceduto da quelle note che sono l’anima della gente cresciuta a salsa, mojito e Cohiba Josè Basnueva Cuello è nella sua Cuba per due settimane da raccontare agli amici rimasti qui fra le risaie. A Villimpenta il 29enne bomber dà spettacolo: «Mi vogliono bene e cerco di regalare qualche soddisfazione, la gente e la tavola sono speciali. Ho la cittadinanza italiana, lavoro a Campitello. La mia passione? Chi mi vuol conoscere, meglio le ragazze, passi al Mascara il mercoledì sera; io sono lì...».

A Roncoferraro, sponda Serenissima, Kamal Boukaroua è arrivato nel 2014: «Vengo dal Marocco, ero portiere in B all’Ust Rabat. Ora posso giocare da attaccante. Ho segnato 4 gol in 7 partite. A volte capita che mi offendano per le mie origini ma non ci bado più».

La coppia dell’Asola merita un capitolo a parte. Ebo Eduam, 27enne bomber ghanese già un anno fa allo Schiantarelli, adora le lasagne col ketchup: «Sono ottime nel riscaldamento» dice scherzando «con i compagni c’è feeling. Parolacce? No, una volta nel 2008 ma finì dopo 5’’, pota» dice in perfetto dialetto bresciano.

Julian Ginghina viene invece dalla Romania, come spesso accade prima era a Casalromano: «C’è sempre correttezza in campo, io faccio il mio e basta. Sono in Italia da 5 anni e spero di tornare a lavorare a tempo pieno presto». Il 18enne Gabriel Baltag, anche lui rumeno, è fra le poche stelle della Castellana: «Sono in Italia dal 2006 e spero che presto mi diano la cittadinanza italiana, ho svolto vari lavori; spero di farne altri e più duraturi».
 

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