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Erasmo Iacovone, la leggenda del bomber rapito dal cielo

Nel cuore di chi ama l’Acm è indelebile l’omaggio alla memoria dell’attaccante morto il 6 febbraio di 40 anni fa

MANTOVA. Quel gran genio di Giulio Rapetti, in arte Mogol, è stato involontario profeta quando con 8 anni d’anticipo dipinse la scena della morte di Erasmo Iacovone in quella gemma che è “Emozioni”. È lucida, spietata e orrenda quella frase «Guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire», affresco screziato dell’omicidio stradale avvenuto all’1 di notte del 6 febbraio 1978, che colpì al lungomare di San Giorgio Jonico un ragazzo umile e unico, venerato a Taranto (che gli ha intitolato lo stadio) e celebrato anche qui per le due stagioni al Mantova con 24 gol in 72 presenze.

L’assassino, il pregiudicato Marcello Friuli, fuggiva a 200 all’ora dalla polizia su un’Alfa Gt 2000 rubata; la vittima, Erasmo, stava tornando a casa. Lui era l’idolo del Taranto in B e stava per andare alla Fiorentina in A, aveva convinto tutti per la sua abilità a far gol anche se quella domenica con la Cremonese per 3 volte Ginulfi gli aveva negato quella gioia, serrandogli i mustacchi in un ghigno deluso.

Verso le 19 Iaco chiamò la sua Paola, in dolce attesa a Carpi dai genitori, e dopo un’uscita controvoglia e rapida scelse di tornarsene a casa sulla sua Dyane 2cv, un’auto che più disneyana non si può per la sua capacità di andare dappertutto. E che purtroppo fu la sua bara, in quella notte rinnegata da Dio nella quale la moglie stava accompagnando la loro Maria Rosaria verso il primo vagito, che sarebbe arrivato il 7 luglio, quando lui poteva vederla solo da lassù.

Quell’alba fu l’inizio per Taranto di un incubo in cui vive ancora; Mantova sportiva poteva piangere i consanguinei in privato ma non poteva tollerare una disgrazia ai suoi idoli, suoi anche se come Erasmo erano nati nella molisana Capracotta, proprio quella spiaggia citata e celebrata da Rino Gaetano in “Nun te reggae più”, altro personaggio legato a Iacovone dal medesimo destino stradale.

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Quel 6 febbraio fu come svegliarsi nudi nel centro di Trieste stravolto dalla bora, stesi da un cazzotto di quel vento tanto gelido da instupidire e lasciare senza fiato. “Ma come, Iaco?”, ricordo la volata in bici dalla Cinciana al bar Falco in corso Garibaldi, covo degli Arditi e di Leandro Gallio, capotifoso e amico di Erasmo. Piangevano tutti, inutile chiedere notizie. La morte di Erasmo era un oltraggio al buon senso, lui che andava oltre le nuvole come Pelè nella finale dell’Azteca, o a baciare l’asfalto per scagliare saette che nessuno ha mai più rivisto, perchè Iaco era il più forte di tutti: era la prova che Nembo Kid esisteva e non era solo un fumetto.

Iaco era il nostro eroe planato nei pressi del Te quasi di sorpresa e ceduto a peso d’oro dopo due anni di imprese dure a descrivere e di azioni che a raccontarle adesso fan girare la testa. Erasmo Iacovone per chi vive di pane e Acm è come “Il Maestro” di Paolo Conte: «Lui è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà». Narra la leggenda che col suo ultimo gol al Martelli, l’1-0 del 17 ottobre 1976 alla Pro Vercelli, Iaco riuscì a regalare anche un sorriso ai tifosi, incerti se esultare o sbellicarsi per i riccioli pannacioccolato che si era fatto spizzando palla verso la rete, depositandoli sulla riga dell’area e coccolandoli nel gesso.

Perdere Iaco fu come perdere un amico, di quelli che non ti han mai rivolto la parola ma che sanno tutto di te, troneggianti come sono sopra il tuo letto nelle foto ritagliate ogni lunedì dalla Gazzetta, carta più preziosa delle pergamene.
 

IL RICORDO DELLA COMPAGNA. Erasmo Iacovone incontrò a Carpi Paola Raisi, il suo grande amore. La donna che in quella maledetta notte portava in grembo da 4 mesi Maria Rosaria, poi chiamata più comunemente Rosi, il suo ricordo più vero che poi lo ha aiutata a tirare avanti dopo la tragedia del 6 febbraio. «Quando Erasmo giocava a Mantova eravamo ancora fidanzati - dice Paola - ed io ero solita aspettarlo davanti allo stadio. Lui viveva in casa di una certa signora Clorinda, molto gentile. Il lunedì lo passavamo assieme a Carpi: lui veniva a trovarmi, io andavo a comperare la Gazzetta di Mantova in un'edicola e collezionavo per lui articoli e fotografie». La mattina dopo l'incidente, Paola era appunto a Carpi per un controllo medico: «Lo avevo sentito dopo la partita - racconta - e mi disse che era quasi costretto, malgrado non avesse voglia, ad uscire per quella serata tra amici. Di notte squillò il telefono e rispose mio padre. Mi dissero solo che Erasmo aveva avuto un incidente ma che non dovevo preoccuparmi. Però il volto del mister del Taranto Seghedoni sulla porta di casa mia era eloquente: a distanza di 40 anni l'ho ancora stampato». Paola conclude con un ricordo che vuole essere attuale: «Erasmo credeva molto nei valori della famiglia e sono certa che saremmo stati molto uniti. Ancora adesso sarebbe come quel ragazzo semplice e modesto di allora, sempre sorridente e con il suo carattere solare». 
Alberto Sogliani 

LA COMMEMORAZIONE. A 40 anni dalla scomparsa di Erasmo Iacovone (questa è la corretta dizione del cognome, ndr) la Fondazione Taras vuole ripercorrere la vita del centravanti con un evento a Carpi, dove giocò e dove vive la moglie Paola con la commemorazione «Nel segno di Iaco» ed avrà luogo nella sala Duomo, in via Duomo 2 (una laterale di Piazza Martiri) sabato 10 febbraio dalle ore 17. Saranno presenti giornalisti e scrittori e verranno proiettati il corto «Iaco» ed una lunga carrellata di fotografie di proprietà di Gianni Lodi raffiguranti Iacovone nei suoi anni di carriera. L'ingresso è gratuito e gli organizzatori confidano in una buona presenza di sportivi da Mantova. (as) 

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