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Mennini: «Mi piacerebbe che la Pompea diventasse come il Leicester di Ranieri»

Comincia il viaggio tra i soci degli Stings alla vigilia dell’inizio della nuova stagione

MANTOVA. Il consiglio di amministrazione degli Stings è stato quasi integralmente rinnovato ed è operativo da ben più di un mese. È quindi tempo per iniziare a conoscere più nello specifico le personalità che gestiranno questo nuovo corso della Pallacanestro Mantovana. Il primo a rispondere e a spiegare il proprio rapporto con la pallacanestro e la propria visione del club è Paolo Mennini.

Come nasce la passione per la pallacanestro?

«La passione per il basket nasce fin da piccolo perché il ba ...

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MANTOVA. Il consiglio di amministrazione degli Stings è stato quasi integralmente rinnovato ed è operativo da ben più di un mese. È quindi tempo per iniziare a conoscere più nello specifico le personalità che gestiranno questo nuovo corso della Pallacanestro Mantovana. Il primo a rispondere e a spiegare il proprio rapporto con la pallacanestro e la propria visione del club è Paolo Mennini.

Come nasce la passione per la pallacanestro?

«La passione per il basket nasce fin da piccolo perché il basket appassionava i membri della mia famiglia. Fin dai primi anni ’80 avevo l’abbonamento alla Fortitudo Bologna e ho iniziato a giocare in età da minibasket a Ostiglia, per poi andare da cadetto prima e juniores poi, a Quistello, ed esordire in prima squadra. Sono stato uno Sting anche a Poggio Rusco alle “dipendenze” di Negri, per poi giocare da senior ancora a Ostiglia e quindi finire nel mio ultimo anno a Sustinente».

Per quali aspetti in particolare pensa di poter dare un contributo al cda? Si sente maggiormente pronto a prendere decisioni di natura tecnica-cestistica, logistica, gestionale, rapporti con le aziende, rapporti con le istituzioni o altro?

«Spero di poter dare il mio contributo nell’ambito sportivo gestionale della squadra. Mi piacerebbe che gli atleti e tutto lo staff sportivo trovassero in me un referente che li possa ascoltare, spronare ed insieme trovare la decisione migliore in ogni situazione».

Qual è il suo ideale di club? Ha modelli di riferimento? «Qui discorso più complicato: mi piacerebbe pensare che la famiglia Stings venisse vista come una “piccola Svizzera”. Uno Stato efficiente, virtuoso e competente. Non grandi ma bravi. Ci deve essere l’ambizione di poter venire a giocare qui da noi, perché siamo ospitati da una piccola città gioiello, fatta di gente seria che non vende la luna nel pozzo. Sappiamo i nostri limiti di bacino d’utenza e della difficoltà a competere con le varie Bologna, Treviso, Verona per rango, storicità e capacità finanziarie. Dobbiamo far innamorare i tifosi perché i primi innamorati del basket e della squadra siamo noi della società, e quindi trasmettere questo entusiasmo. Per questo vogliamo una squadra che lotti su ogni pallone e dove tutti gli atleti si sentano parte del progetto, anche chi giocherà solo tre minuti, dovrà tenere alta l’intensità di gioco e questo giocatore deve ambire la volta successiva a giocarne quattro e mettere in difficoltà il coach. Proprio recentemente ne ho parlato con coach Seravalli e gli ho detto che vorrei che fossimo come il Leicester di Ranieri di alcuni anni fa nel calcio. Si parte in sordina, squadra allenabile e non aver paura di nessuno. Dobbiamo essere consapevoli che le motivazioni sono il sale di tutto, dobbiamo cercare di essere ambiziosi e alzare sempre di un centimetro l’asticella per provare un nuovo salto record». —