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Garbarek parla con il sax e fa sognare il pubblico

Ottanta minuti quasi senza interruzioni con il musicista norvegese e la sua band. Special guest il percussionista Gurtu che ricorda i suoi precedenti mantovani

MANTOVA. L’atmosfera avvolgente e inconfondibile creata dal sassofono di Jan Garbarek ha ammaliato lunedì sera una piazza Castello in versione intima per il terzo appuntamento di Mantova Arte&Musica. Dopo il cantautorato italiano di Niccolò Fabi e la carica rock dei Jethro Tull, due concerti da tutto esaurito, è stata la volta di un quartetto di musicisti straordinari che si è esibito davanti a circa 700 spettatori. E chi ha scelto di esserci non ha avuto torto: Garbarek ha fatto sognare il pubblico mantovano con la sua musica evocativa e maestosa, proposta in un’ora e 20 minuti, quasi senza soluzione di continuità, con pochissime pause per gli applausi, che però non sono mancati, soprattutto dopo gli assoli, con il timido sassofonista a rispondere sommessamente “thank you”. Nel complesso, un’esibizione di altissima qualità e tecnica.

Difficile, se non impossibile, racchiudere l’opera dell'artista norvegese in un solo genere. Le sue innumerevoli collaborazioni con i grandi del jazz lo hanno sempre avvicinato a quel mondo, ma in una carriera più che quarantennale molte sono le etichette che gli sono state affibbiate, a partire da quelle di esponente di musica etnica o World Music. Timidissimo, Garbarek parla poco, ma la musica lo fa al posto suo. Molti i nuovi brani, ampio lo spazio riservato all'improvvisazione e agli assoli dei musicisti che lo accompagnano in questo tour. E il bis con un pezzo di Steve Winwood, Had to cry today. Al suo fianco il tastierista Rainer Bruninghaus e il bassista brasiliano Yuri Daniel. Menzione speciale per lo special guest della serata, il percussionista indiano Trilok Gurtu, vero punto di riferimento per i batteristi di tutto il mondo: il suo è stato uno spettacolo nello spettacolo. Nel pomeriggio proprio Gurtu è stato protagonista di una scoppiettante conferenza stampa allo Spazio Lounge Mantova Outlet di piazza Martiri di Belfiore. Stretto il suo rapporto con l'Italia, dove ha abitato a lungo. «Sono arrivato nel 1973 - spiega -. Credo di essere stato il primo indiano a stabilirsi a Firenze. La gente mi toccava i capelli, ero una sorta di novità. La prima domanda era sempre “Hai fame? Hai già mangiato?”. Ho ricordi fantastici dell’Italia, la gente mi ha sempre aiutato. La considero la mia seconda casa».

Tanti gli episodi che lo legano a Mantova e provincia. «Anni fa ho suonato nei giardini a Suzzara, per il festival Sconfinart - prosegue -. Carlo Cantini è un grande amico, abbiamo spesso collaborato. Registravamo fuori città, però, in centro venivamo solo a mangiare il gelato. E il risotto mantovano ovviamente». Mai come in questo caso, si può affermare che la musica fosse nel suo dna. «Mio padre è l'unico che non suona in famiglia. Mia madre, tutti i nonni e i bisnonni sono o sono stati musicisti. E così tutti i miei fratelli, io sono l'ultimo della fila».

Sterminato l'elenco di collaborazioni. «Penso di aver suonato più con artisti italiani che americani. Con chi mi piacerebbe duettare? Magari con Benigni. O con Beppe Grillo. Ci siamo incontrati e mi ha fatto i complimenti. Sarebbe bello uno show con lui. Gli farei fare l’indiano, io farei l’italiano. Sarebbe divertente, lui mi piace». Un pensiero sui generi musicali. «C’è musica bella e musica che fa schifo, ma non dipende dal genere. Io adoro suonare con chiunque. Tanti puristi mi hanno chiesto “Perché hai collaborato con Celentano?”. È stata un'esperienza fantastica. A me piace un sacco anche il metal. Io un jazzista? Se si intende jazz come sinonimo di musica d’improvvisazione allora ok. Se si pensa al jazz americano, c’entro come il formaggio sul pesce».