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Uber, la spia fascista che divenne partigiano eroe della Resistenza

L’esordio letterario di Alessandro Carlini debutta domani «Cambiò idea dopo una stretta di mano con Mussolini»

Negli anni ’50 forse sarebbe finito in prigione, mentre negli anni ’70 sarebbe stato gambizzato Alessandro Carlini se avesse pubblicato un libro del genere: “Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga” (ed. Chiarelettere, 2017), da domani in libreria. Oggi è stato scritto ed è una conquista del pensiero democratico. Nella ricostruzione dei fatti l’autore non perde l’equilibrio. D’altronde, l’opinione sul protagonista cambia nel giro di pochi chilometri, coinvolgendo tre province vicine. A Mantova compare tra i Caduti della Liberazione. A Felonica, sopra l’ingresso del Comune, svetta una lapide in cui il primo inciso è lui. A Reggio Emilia, invece, è rimasto la spia che per anni i partigiani cercarono con la bava alla bocca. L’uomo che fece uccidere due di loro. Infine, a Ferrara, ci sono i suoi discendenti.

Chi era Uber Pulga?

«Un uomo con tante anime. Classe 1919, fu allevato a libro e moschetto. Non conobbe altro che il Fascismo. Inoltre la sua ruralità, essendo nato a Felonica, esaltava ancora di più quegli ideali. Un ramo della sua famiglia era della provincia di Mantova, l’altro di Mirabello».

Il ramo a cui appartiene lei, se non sbaglio.

«Sì, i miei nonni avevano del terreno in affitto, quindi guardavano al regime come tutela e potenza in grado di espandere il Paese su larga scala».

Dov’è cominciata la ricerca sulla sua identità?

«Sono partito dagli archivi Mantova per poi recarmi all’Istoreco di Reggio Emilia, dov’è emersa la parte più intensa del libro. Fino al 1943 si conoscevano il foglio matricolare e i nomi dei battaglioni nei quali Uber aveva militato. Dopo si arriva ai documenti della condanna a morte e della notte che ha preceduto la fucilazione, avvenuta nel 1945».

La sua prima diserzione a quando risale?

«Dopo l’8 settembre 1943 andò in Germania e fu selezionato dalle SS quale agente da infiltrare tra i partigiani di Reggiolo. Scelsero lui perché conosceva le armi a memoria. Smontava e montava i fucili in pochi istanti, persino bendato. Si sarebbe introdotto tra i ribelli come disertore altoatesino e, una volta carpita la loro fiducia, avrebbe potuto ascoltarli e parlare in dialetto».

Però fu una messa in scena. Quando cambiò davvero idea?

«Nel momento in cui Benito Mussolini lo promosse a sottotenente e gli strinse la mano, gelida, si ricordò di tutte le morti che aveva causato e crollò interiormente».

Dove ha perso le tracce di Uber?

«Si sa che è riuscito a unirsi a un’unità partigiana, probabilmente autonoma, stanziata al confine tra Parma e Reggio Emilia nel giugno del 1950. Lo accettarono con indosso la divisa della Rsi e la camicia nera».

Da cui il titolo del libro.

«I suoi indumenti riguardavano ciò che era e ciò che non voleva più essere. Al contempo gli ricordavano la responsabilità di ciò che aveva fatto. Esprime una coerenza che lo rese più partigiano dei tanti voltagabbana per necessità».

Ma la coerenza però gli costò la vita.

«Una volta preso, fu massacrato di botte, perché la divisa per i fascisti era tutto, era l’onore cucito addosso. Venne fucilato il 24 febbraio 1945 con il volto rivolto al muro del cimitero di Gaiano, Parma».

Il libro è intriso di affetto e di riconoscenza. A chi lo deve?

«A Franco Pulga, mio nonno, che mi ha trasmesso l’amore per la lettura. Sebbene fosse di Destra, mi insegnò a non fermarmi davanti all’ideologia, a non accettare tessere di partito. Lavorando per un’agenzia di stampa mi auguro di riuscire a restituire la sua enorme eredità. Non denaro, terra o case, ma la vicenda di Uber».

Perciò si può definire esemplare?

«Certo, specie per i ragazzi. Uber Pulga si assunse le proprie responsabilità sino alla fine e, soffrendo, ebbe il coraggio di cambiare idea di fronte all’esigenza».

Matteo Bianchi

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