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Mildred e Richard: l’amore ai tempi della segregazione 

In Virginia fino agli anni ’60 erano proibiti i matrimoni misti Dalla condanna all’esilio, poi il trionfo in Corte Suprema

In primo piano, una donna nera e un uomo bianco sono seduti, di sera, sulla veranda della casa di lei. Mildred, timidamente (la chiamano “fagiolino”), rivela con un filo di voce d’essere incinta. Un breve esitare, e il volto di Richard Loving si apre al sorriso. Lei non s’aspetta d’essere sposata, ma lui nei mesi successivi glielo chiede. E le propone di andare da un giudice di Washington, portandosi appresso il futuro suocero in ruolo di testimone. Ora sono marito e moglie, ma una notte, nel sentiero sterrato, si fermano due macchine della polizia, gli agenti irrompono nella casa, e con ordini perentori traducono i due in prigione, per violazione delle leggi razziali della Virginia, che proibiscono i matrimoni misti. L’anno è il 1958.
Dichiarandosi “colpevoli”, come suggerisce l’avvocato, i Loving sono condannati a un solo anno di carcere commutato in esilio di venticinque anni, se accettano di andarsene fuori dello Stato. In questo primo giro di scene, che procede ellitticamente come i classici del muto insegnano (ogni quadro costituisce un passo temporale della storia), siamo informati di tutto quello che dobbiamo sapere. Richard è orfano di padre, ma compatito dallo sceriffo per il fatto che in vita il genitore lavorava alle dipendenze di un nero, la madre è levatrice. Di professione lui è un muratore, ed è un conoscitore di motori d’automobile che mette a punto per le corse di velocità pura che si svolgono in paese. Nessuno ha da obiettare se bacia Mildred in pubblico. Avere un’amante nera e ingravidarla non è proibito, ciò che è inammissibile è una famiglia legale.
Il ritratto che l’attore australiano Joel Edgerton ci offre di Richard è quello di un uomo che lavora, ama la sua donna, frequenta la gente di colore senza porsi alcun problema razziale, ma è pronto ad accettare la mala sorte con uno sguardo spento, senza un moto di ribellione. Anche i neri lo consigliano di divorziare.
Il montaggio macina cinque anni, e sono già tre i figli Loving che crescono nel quartiere nero di Washington. Mai una parola fuori posto, in completa armonia domestica, e un campionario di espressioni sul volto dell’attrice etiope (ma di madre irlandese) Ruth Negga, che guida il coniuge con la luce dei suoi occhi.
Quinto film di Jeff Nichols, ed è l’altra faccia del più celebre Take Shelter (2011), in cui l’esistenza di una famiglia esemplare era turbata dall’ossessione del padre per il tornado che incombeva sulla città. In quest’ultimo film, se non ci fossero le stolide istanze razziste a minacciare le opere e i giorni della famiglia, la si direbbe una storia di devozione coniugale alla maniera dei romanzi “Biedermeier”. Ma c’è l’odiosa separazione delle razze, ed è tempo di marciare per la libertà. Mildred risolve di scrivere al ministro della giustizia, Robert Kennedy, per protestare l’esilio. Gli avvocati dei diritti civili portano il caso dei Loving davanti alla Corte suprema. Nella contingenza, Richard disdegnerebbe il clamore, ma curarsi della moglie è il suo imperativo morale. Nel 1967, una donna nera rivoluziona la Costituzione: il matrimonio tra bianchi e neri è un “diritto naturale”.
Una storia realmente accaduta, come la vicenda d’amore, che Nichols impagina con una discrezione esemplare e due interpreti perfetti.
Alberto Cattini

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