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Quando Bottoli costruì l’ospedale nel cantiere lavorò Learco Guerra

Capita al cronista vostro (già, senpar quel, sarìa dir po’ mi) di leggere sulla Gazzetta di sabato 2 settembre un cognome e nome, Bottoli Arturo, associato a una situazione difficile ma che mi fa...

Capita al cronista vostro (già, senpar quel, sarìa dir po’ mi) di leggere sulla Gazzetta di sabato 2 settembre un cognome e nome, Bottoli Arturo, associato a una situazione difficile ma che mi fa riaprire il baule dei ricordi, molto molto lontani e, invece, lieti. Ero infatti uno dei tanti ragazzini che, in vicolo Tezze, vedeva arrivare in bicicletta il signor Arturo, che si divertiva a fàras rabìr, a stuzzicarci.

La ruota del tempo girava poi tanto veloce e a ritroso da toccare la storia dell’ospedale di Mantova e incontrare il Bottoli Arturo, allora giovane capomastro (impresa Bottoli & Cremonesi) costruttore del “Carlo Poma” con la partecipazione anche del Guerra Attilio, detto Caradél, capomastro di San Nicolò Po, che aveva come aiutante il figlio Learco di 26 anni. Andavano avanti e indietro in tandem, allenamento estemporaneo per la futura “Locomotiva umana” del ciclismo. Nel momento dell’appalto, però, l’Arturo era stato avvicinato da un signore, incaricato da un’impresa milanese, che gli offriva una grossa somma di danaro perché si ritirasse dalla gara. Bottoli rifiutava togliendosi, senza nemmeno aprirla, la busta che gli era già stata infilata in tasca.

Spettatore diretto il commendator Costantino Canneti, presidente del consiglio d’amministrazione, che non interveniva se non per vincere poi i dubbi nell’affidare una commessa tanto importante a un’impresa poco conosciuta, insistendo che era giusto incoraggiare i giovani… Aperte le buste, il risultato della gara dava vincitrice la Bottoli & Cremonesi con un certo distacco nel ribasso. Testimonianza: una lettera scritta dall’ingegner Emanuele Bottoli, figlio di Arturo, a Enrica Canneti, figlia di Costantino, il 18 ottobre 1981 e contenuta nell’archivio della Fondazione Canneti.

Riappare così la figura di Costantino Canneti, presidente del consiglio d’amministrazione dell’ospedale, in carica dal 1923, capace di costruire l’impianto finanziario dell’opera. Passo decisivo, la vendita frazionata e per trattativa privata del latifondo Poletto di Sustinente: erano 2.500 biolche mantovane, coperte da più di un’affittanza, ricavandone 7 milioni e 700 mila lire. Altri contributi venivano da donazioni e lasciti del senatore conte Antonio d’Arco, del professor Adolfo Viterbi, del grand’ufficial dottor Guido Ravà Sforni, più un palazzo a Vicenza ereditato da Giambattista Caola. La Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde aveva dato 1 milione nel 1914, replicandolo nel 1925, anno nel quale si poteva arrivare all’appalto.

La prima guerra mondiale aveva bloccato nel 1915 il cantiere, riavviato nel 1917 e concluso nel 1918. Prima, solenne cerimonia inaugurale il 1° giugno 1919, in presenza di ministri e con elevata orazione del cavalier dottor Augusto Rabitti, nobile figura di medico.

“Rotto ogni indugio qui/ dove furono minaccia di morte/ e i baluardi della tirannide / nell’anno 1919/ presidente del consiglio d’amministrazione / l’avv. comm. Guido Finzi/ si gettarono le fondamenta di questo nosocomio/ per la difesa della vita”. Sonante epigrafe sulla lapide scoperta il 28 ottobre 1928, quando l’ ospedale veniva nuovamente inaugurato al Pompilio.



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