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Il collegio femminile e sullo sfondo la guerra di Secessione

Nel film sottilmente minaccioso dominano istinto e calcolo Si ammira il talento di Sofia Coppola e delle attrici

“L’inganno” si ambienta in Virginia nel 1864, al terzo anno della guerra di Secessione. La grande villa dal frontone neoclassico dei Farnsworth si adagia in uno spazio immobile e silenzioso; intorno solo alberi dal tronco superbo e lungo un viale cammina una bambina con cesto. In quel verde intenso, spiccano contorti i fusti vulnerabili del bosco, e rami abbattuti e radici a fior di terra sembrano la riproduzione simbolica di un campo di battaglia. La piccola che s’inoltra alla ricerca dei funghi, si spaventa al notare il sangue di uno yankee, il caporale John McBurney. Lo sorregge sino alla villa, dove accorre Miss Martha, la direttrice della scuola per signorine dell’aristocrazia sudista. In collegio ne sono rimaste solo cinque, oltre a un’insegnante, Edwine. Distendono il soldato nemico su un letto, e la stessa Martha gli cuce lo squarcio in una gamba. L’incipit de “L’inganno”, prodotto scritto e diretto da Sofia Coppola, ripete la filigrana narrativa di un ottimo film del 1971, diretto da Don Siegel, mal titolato in Italia con “La notte brava del soldato Jonathan” (C. Eastwood,G. Page, E. Hartman). Il senso della storia è invertito e la scrittura della celebre cineasta, premiata a Cannes per la regia, è del tutto differente. Tempi di scena, e montaggio, hanno l’andamento lento del cinema europeo; il colore, verde umbratile negli esterni, negli interni si tinge di ocra e di beige, e si staglia il bianco delle vesti nell’oscurità delle candele, di notte. I tuoni dei cannoni non sono che un’eco lontana. Lo studio dei quadri è molto ricercato in ogni circostanza, e prezioso quando riunisce le sette donne sulle poltrone e sul divano, come ha visto in Ingmar Bergman (“Sussurri e grida”). La Coppola abbassa i toni, si fa talora languida alla maniera degli ultimi lavori di suo padre Francis, e specie all’inizio evita i primi piani, per tenere a distanza i personaggi e gradatamente portarli in superficie individuando i rispettivi comportamenti verso l’oggetto maschile. Tutte, piccole e grandi, si mostrano sovreccitate, fin dall’apparire di John (Colin Farrell). Miss Martha (Nicole Kidman) ne lava il corpo simile a un cadavere, senza quasi tradire emozioni, ma poi deve rinfrescarsi il viso per riacquistare una padronanza severa. Alice (Elle Fanning) approfitta del fatto che abbia perduto i sensi per baciargli le labbra; Edwina (Kirsten Dunst) lo spia dalla finestra senza ritrarsi quando viene notata. E le altre cinguettano bambine, augurandosi che la direttrice non lo consegni ai Confederati. Un gusto del visibile da dagherrotipo, un’estetica del giardino come personaggio, un processo analitico della condizione femminile che nel tempo sospeso della guerra si sente libera di esternare il desiderio erotico sul nemico, senza calcolare che l’uomo, approfittandosene, avrebbe suscitato incidenti. Ma se guerra con gli yankee è in corso, allora possono compattarsi e reagire impassibili e crudeli, con “l’inganno”, secondo una dinamica circolare che ritorna all’inizio cambiandolo di segno. Lo schermo vela la violenza perbene dietro il cancello della villa, e ritrae la squisita eleganza delle signorine del Sud. Un film sottilmente minaccioso, in cui dominano istinto e calcolo. Si ammira il talento della Coppola, e delle attrici.

Alberto Cattini



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